09.05: LA MISSIONE DEI DODICI: PECORE IN MEZZO AI LUPI (1). (Matteo 10.16-20)

9.05 – La missione dei dodici: IV Pecore in mezzo ai lupi I/II (Matteo 10.16-20)

 

16Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, siate dunque prudenti come serpenti e semplici come le colombe. 17Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe:18e sarete condotti davanti ai governanti e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19E quando vi consegneranno nelle loro mani, non vi preoccupate di come e di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento di che cosa dovrete dire;20non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.”.

 

Entriamo qui nel settore degli avvertimenti di Gesù ai dodici in cui non posiamo escludere che Matteo abbia radunato contenuti espressi in altre occasioni. La Parola di Dio, fiume che scorre, messaggio che si attualizza e si rinnova nel tempo con contenuti che si adattano progressivamente nella e alla storia umana, dà livelli di lettura che allargano il tema non solo alla missione che stava per essere intrapresa, ma alla Chiesa e a ciò che ogni discepolo di Gesù avrebbe incontrato. Quanto Nostro Signore predice ai Suoi, quindi, non è più ristretto allo specifico del mandato temporaneo di annuncio della vicinanza del Regno, ma si allarga a tutto il cristianesimo secondo i suoi differenti stadi e, infatti, non è difficile scorgere un primo adempimento delle parole di Gesù con quanto narrato nel libro degli Atti e con le persecuzioni che Pietro, Paolo ed altri, Stefano compreso, subirono fino al martirio. In questo capitolo, quindi, cercheremo di leggere il significato immediato delle parole del brano, e di attualizzarlo in parte ai nostri tempi.

Il verso 16, dopo l’ “Ecco” iniziale che annuncia un nuovo corso degli avvenimenti, si apre con “Io” che sottolinea la potenza e la volontà di chi manda ed è garanzia del fatto che Gesù conosca perfettamente i pericoli che corrono le sue “pecore“, animali incapaci difendersi che addirittura, in Luca 10.3 quando vi sarà la missione dei settanta, verranno paragonati ad “agnelli in mezzo ai lupi”. Si tratta di una realtà che copre un raggio molto vasto e che, limitatamente ai dodici, riguardava i pericoli che avrebbero potuto correre ma, per noi, contempla la possibilità che dai lupi non ne sia risparmiata neppure la Chiesa. Da notare che gli animali citati, pecore, lupi, serpenti e colombe, non sono “buoni” o “cattivi”, ma hanno un comportamento insito in loro: così sono per indole, istinto, “programmazione” al di là di qualsiasi giudizio morale; il loro comportamento è un dato di fatto, costituisce l’appartenenza a un ambito specifico di azione, un ruolo nell’ecosistema così creato. Certo, se il lupo in quanto animale non ha colpe, per quello spirituale va fatto un serio distinguo.

L’apostolo Paolo, parlando agli anziani di Mileto, disse “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata col sangue del proprio figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi dei lupi rapaci – certo non inviati da Cristo – che non risparmieranno il gregge” (Atti 20.28,29). Ecco allora che in mezzo a questo quadro desolante, se non ci fosse quell’ “Io” del verso 16, credo che mancherebbero le forze a chiunque, che nessuno avrebbe una speranza di riuscita nella sua missione o anche solo la più piccola possibilità di sopravvivere perché il lupo, animale predatore che può trovarsi in branco oppure da solo, non sempre uccide con l’unico scopo di nutrirsi.

Quindi, per evitare di venire sbranati, Gesù avverte “siate dunque – nel vostro interesse – prudenti come serpenti e semplici come colombe”, cioè andando contro il vostro istinto, ora naturale, di nuove creature, paradossalmente prendendo a modello l’essere che ha causato la rovina del genere umano, il serpente di cui in Genesi 3.1 è detto che era “il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto”. Naturalmente il serpente, non certo chi allora lo aveva abitato e che approfittò di questa sua caratteristica. Sappiamo che Satana agì in questo animale proprio per il suo carattere, ampliandolo e adattandolo ai suoi scopi di rovina. Certo non è un argomento sviluppabile in un solo capitolo, ma dando delle linee fondamentali a ciò che Gesù vuol dire ai dodici e a noi è che esiste una quantità enorme di fattori da considerare se davvero abbiamo intenzione di sviluppare un ministero di testimonianza e predicazione: l’essere inviati come “pecore in mezzo ai lupi” non significa venire mandati al macello, ma in un territorio in cui la presenza di questi predatori è certa. Eppure bisogna avere a che fare presto o tardi con loro per cercare di recuperare, mediante il Vangelo, chi lupo non è. Ecco allora che la prudenza e l’astuzia del discepolo non si manifesta con il mimetismo, ma con il reperimento delle strategie opportune per salvaguardarsi dall’opera dei lupi senza rinunciare alla semplicità della colomba, animale che, al pari della pecora, non è in grado di portare avanti linee di condotta in cui vi sia violenza. Ricordiamo in che forma discese su Gesù lo Spirito Santo. E queste due condizioni, l’essere mandati in mezzo ai predatori e l’essere prudenti e semplici, confluiscono in un solo principio, “Guardatevi dagli uomini“: là dove un animale avendo a che fare col proprio simile trova solitamente un’intesa o cooperazione, per l’uomo è diverso perché può sempre scoprire, spesso quando è troppo tardi, un nemico sotto mentite spoglie. E la storia umana, a qualunque disciplina si riferisca, è piena di soprusi, tradimenti, prevaricazioni. Chi ha creduto, per la stessa definizione di Gesù “I figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce”, non ha la necessaria astuzia per fronteggiarli, ma se non s’impone la prudenza come metodo, il calcolo e il discernimento mentre ha a che fare con loro, è destinato a subire conseguenze anche pesanti, a subire congiure, piani vessatori, tradimenti e pagarne le conseguenze.

Ora, al verso 17, questi “uomini” da cui Gesù raccomanda di guardarsi avrebbero consegnato i suoi discepoli ai “tribunali”, parola interpretata più che tradotta perché l’originale ha “concistori”, i cosiddetti “tribunali dei sette” istituiti in tutte le città a giudicare i reati “minori” somministrando pene amministrative o corporali, spettando ai romani comminare la pena di morte. La frase “vi flagelleranno nelle loro sinagoghe”, poi, si riferisce alle reazioni scomposte e isteriche, ma non per questo innocue, di cui abbiamo testimonianza nel libro degli Atti (la già citata morte di Stefano) e, ancor prima, con il processo a Gesù, l’Agnello di Dio per eccellenza di cui il salmista profetizza “Un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori, hanno scavato le mie mani e i miei piedi. Posso contare tutte le mie ossa, essi stanno a guardare e mi osservano: si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte” (Salmo 22.17-19). La lettura del secondo libro di Luca, poi, è piena di false accuse e complotti verso colo che annunciavano il Vangelo convertendo anche i giudei.

“Guardatevi dagli uomini”, dunque, cioè da chi non possiede altra caratteristica se non quella di vivere l’orizzontalità e non la verticalità della vita, quindi da chi appartiene al mondo e per il mondo vive fondando su di lui tutto il proprio essere. Questo comprende tutti gli affetti che possiamo avere, le amicizie estranee al nostro mondo spirituale che coltiviamo a nostro rischio, spesso dimenticando – parlo anche per esperienza e non solo perché così è scritto – che tra luce e tenebre non vi può essere nulla in comune. Spesso i tradimenti di varia natura o le perdite che subiamo trovano la loro origine in un nostro errore. “Guardatevi dagli uomini” è un consiglio amorevole che Gesù rivolge a tutti coloro che si ritengono o desiderano essere suoi discepoli, arrivando a scavare anche in quelli che dovrebbero essere gli affetti più cari: in questo stesso discorso dirà “i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua” (v.36). L’appartenenza a Cristo e la relativa conversione, infatti, crea automaticamente una grande spaccatura che si fa tanto più profonda quanto più il seguire Gesù si fa evidente agli occhi di chi ci ha circondato fino a poco prima del nostro incontro con Lui. E qui ci sarebbe molto da dire sul fraintendimento colossale che inseriscono certe organizzazioni religiose pronte a vantarsi delle “persecuzioni” che i loro adepti subiscono da parte di familiari preoccupati per atteggiamenti e metodi che riguardano prese di posizione tese ad apparire più che il risultato dell’opera dello Spirito.

“Guardatevi dagli uomini” è un modo per ricordare che l’appartenere a questo genere, se qualifica ogni uomo e donna come individuo dotato di anima e quindi come essere superiore, può collocarlo tanto nella luce che nelle tenebre. Anzi, ricordiamo che l’apostolo Paolo giunge a dire “Un tempo eravate tenebre”, cioè vi identificavate con esse e avevate la loro medesima caratteristica (Efesi 5.5). Ricordiamo anche la frase “…figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa” (Filippesi 2.14).

“Guardatevi da” indica allora la metodologia per una profilassi preventiva e, nella Scrittura, incontriamo solo dieci inviti preceduti da questo verbo: abbiamo

 

1) il guardarsi dal praticare la nostra giustizia davanti agli uomini, primo passo verso l’ipocrisia;

2) dai falsi profeti per non cadere nelle loro reti;

3) dagli uomini (il nostro caso);

4) dal “disprezzare alcuno di questi piccoli” cioè chi è veramente semplice (18.10);

5) dal lievito degli scribi e dei farisei, collegato all’esercizio della falsa giustizia;

6) da ogni avarizia che poi è considerare una cosa esclusivamente come nostra (Lc 12.15);

7,8) dai cani e dai cattivi operai;

9) da quelli della mutilazione (Fil. 3.2) strettamente collegati a quegli ebrei che ponevano la circoncisione come indispensabile per essere considerati popolo di Dio;

10) dagli idoli (1 Gv 5.21).

 

Rinviando al un prossimo capitolo l’esame del metodo che può consentire alla pecora in mezzo ai lupi di sopravvivere, cerchiamo di concludere la lettura immediata del nostro passo: i discepoli sarebbero stati condotti “davanti ai governanti e ai re per causa mia”, letteralmente “rettori e re”, quindi davanti ai magistrati romani di vari ordini e gradi, proconsoli, pretori e procuratori oltre che ai “re”, riferimento ad Erode Agrippa e ai “Cesari” romani.

Ebbene, in questo frangente non saranno i discepoli a parlare, ma lo Spirito Santo dimorante in loro: non si tratterà di riportare frasi fatte, di compiere miracoli, ma di raccogliere ed esporre le proprie esperienze e conoscenze in modo tale da mettere quelle persone nelle condizioni di scegliere se continuare ad opporsi allo Spirito stesso, o cedere davanti a lui. Ricordiamo che se gli apostoli, dal primo all’ultimo, avessero dovuto assemblare i loro ricordi per evangelizzare senza venire illuminati dallo Spirito, avrebbero miseramente fallito. Ma ringraziamo Nostro Signore Gesù Cristo perché disse loro “Vi ho detto queste cose mentre io sono ancora presso di voi. Ma il Consolatore, lo spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto” (Giovanni 14.26). Amen.

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05.50 – I FALSI PROFETI (Matteo 7.15-20)

05.51 – Falsi profeti (Matteo 7.15-20)

 

15Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! 16Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? 17Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 20Dai loro frutti dunque li riconoscerete.”.

 

Quando i servi del padrone di casa nella parabola della zizzania andarono ad avvisarlo del fatto che, nel campo di grano da lui seminato, erano apparse anche piantine diverse, questi rispose “Un nemico ha fatto questo” (Matteo 13.28). Non troviamo nelle parole di quell’uomo stupore, non uno scatto d’ira, ma soltanto un’affermazione che sembra a sostegno di un fatto inevitabile, conosciuto, previsto: “Un nemico ha fatto questo”. Il grano seminato era buono, ma una persona avversa, per minare il progetto del padrone di quel campo, aveva deciso di seminarvi un’erbacea destinata a far molto danno perché la zizzania si confonde facilmente con il grano e, soprattutto, produce una farina ad alto potere intossicante. Gesù spiegò poi ai discepoli la parabola con queste parole: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno, la zizzania sono i figli del maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo”.

Le parole dei versi che oggi esaminiamo credo coinvolgano anche questa parabola sotto il profilo dell’inevitabilità perché tutto quanto viene prodotto a danno dell’opera di Dio viene da Satana, da quel “nemico” che da quando fu creato Adamo con sua moglie ha sempre cercato in tutti i modi di rovinare la loro relazione con Lui. Certo non solo di loro due, ma di tutta la discendenza che ne sarebbe derivata, nella quale anche noi rientriamo.

È bello considerare che Nostro Signore, al verso 15, non mette solo genericamente in guardia i suoi uditori dai “falsi profeti”, ma dia in realtà uno spaccato storico dell’opera di Satana riguardo all’inquinamento del “campo di Dio” comprendendo passato, presente e futuro perché si tratta di personaggi che sono sempre esistiti, esistono ed esisteranno: pensiamo ai molti impostori apparsi ai tempi dell’Antico Patto, quindi al passato, al presente relativo con tutti quelli che pretendevano di essere il Messia in opposizione a Gesù, Unico autorizzato a rivelare il Padre, e per il futuro all’opera terribile che verrà fatta tanto nel campo generico del mondo, quanto in mezzo al gregge. “Vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci”.

Gesù, nei versi in esame, si presenta così come unico Profeta abilitato a rivelare Dio Padre e anticipa al tempo stesso quanto poi dirà ai suoi discepoli sugli eventi futuri, dalla sua resurrezione al suo ritorno: “Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvato. Questo vangelo del Regno sarà annunziato a tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli, e allora verrà la fine” (Matteo 24.11-12). Il falso profeta, che nella sua forma peggiore e potenza sorgerà negli “ultimi tempi”, agisce in ambito spirituale col fine di distogliere l’attenzione dell’essere umano dal Dio vero e unico col fine di perderlo. Si tratta di un tema dalla vastità enorme, che comprende falsa scienza e vera ignoranza, superstizione e soprattutto sfrutta la mancanza di conoscenza, a volte colpevole, di chi dovrebbe avere una fede radicata in quella Parola che non può sbagliare.

Già gli uditori di Gesù presenti sul monte, come già rilevato in altre volte occasioni, avevano gli elementi per comprendere le sue parole perché possedevano un riferimento non solo nella storia del loro popolo, ma soprattutto nella Legge di Mosè, dove in Deuteronomio 13.2-4 si legge “Qualora sorga in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti proponga un segno o un prodigio, e il segno e il prodigio annunciato succeda, ed egli di dica «Seguiamo dèi stranieri, che tu non hai conosciuto, e serviamoli», tu non dovrai ascoltare le parole di quel profeta o di quel sognatore, perché il Signore, vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate il Signore, vostro Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima”.

Il falso profeta, allora, è qualcosa di più complesso di un persecutore rozzo e ignorante; non è una persona immediatamente riconoscibile come negativa, ma può presentare le sue dottrine col sostegno di miracoli, come ad esempio avvenuto – andando indietro nel tempo – con i sacerdoti del Faraone che, per un certo tempo, riuscirono a compiere gli stessi prodigi di Mosè. E dando uno sguardo a quanto avvenuto nella Chiesa, non occorre andare ai periodi recenti della storia contemporanea, dove possiamo trovare i Testimoni di Geova o i Mormoni come espressione severa di travisamento dottrinale, ma basta trovare le tracce che i falsi profeti, o persone a loro collegabili, hanno lasciato negli scritti del Nuovo Patto: troviamo ad esempio Diòtrefe, personaggio particolare poi imitato da molti nel corso della storia, che cercava il primato nella sua Comunità. Giovanni nella sua terza lettera, scrive ”Ho scritto qualche parola alla Chiesa, ma Diòtrefe, che ambisce il primo posto tra loro, non ci vuole accogliere. Per questo, se verrò, gli rinfaccerò le cose che va facendo, sparlando di noi con discorsi maligni. Non contento di questo, non riceve i fratelli e impedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa” (3 Giovanni vv.9-10).

Diòtrefe è allora l’immagine della persona presuntuosa e ambiziosa, di chi ha bisogno di un pubblico indipendentemente dalla qualità del messaggio e teme il confronto con esperienze e rivelazioni diverse e migliori, impedendo lo sviluppo della verità. Diòtrefe temeva le parole che Giovanni e i suoi collaboratori avrebbero potuto portare alla Chiesa di cui era certamente un anziano. Questo personaggio è però l’antitesi del pastore perché ha trasferito tutti gli inutili difetti umani in un campo spirituale e, con la propria condotta, fa solo danni non ammettendo la pluralità dei doni e arrestando la crescita della Chiesa.

Altro esempio negativo lo troviamo in Imeneo e Filéto e questa volta è l’apostolo Paolo a scrivere; “Evita le chiacchiere vuote e perverse, perché spingono sempre più all’empietà quelli che le fanno; la parola di costoro infatti si propagherà come una cancrena. Fra questi vi sono Imeneo e Fileto, i quali hanno deviato dalla verità, sostenendo che la resurrezione è già avvenuta e così sconvolgono la fede di alcuni” (2 Timoteo 2.16-18). In realtà, leggendo le lettere di Paolo come degli altri autori, vediamo che molto spesso si trovano nelle condizioni di confutare dottrine estranee; a volte sono errori apparentemente di poco conto, altre sono negazioni della divinità di Gesù e della sua opera di salvezza.

Il falso profeta viene in veste di pecora, ma dentro è un lupo malvagio: si dichiara quindi credente, ma agisce traviando i membri di una Chiesa a partire dai più immaturi. Riconoscere il falso profeta è piuttosto semplice, come scrive l’apostolo Giovanni: “Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, poiché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo” (1 Giovanni 4.1-3). Lo spirito dell’anticristo sappiamo che si manifesterà ufficialmente nell’epoca stabilita da Dio, eppure ci viene detto che “anzi è già nel mondo”: come è indicativo quell’”anzi”! Ci parla veramente del fatto che presso il Signore “un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno”, che tanto lo Spirito di Dio che quello a lui avverso agiscono al di là del tempo che scandisce le nostre giornate, gli anni e i secoli. Se c’è la salvezza, così importante, che si costruisce giorno per giorno quanto a identità del credente perché i doni la arricchiscono, c’è anche la perdizione, così terribile, e anche lei subisce lo stesso scorrere perché si forma poco a poco, in modo tanto impercettibile quanto inevitabile per chi non crede ponendosi come ostacolo allo sviluppo della fede.

Il falso profeta non è necessariamente una persona che propone insegnamenti sbagliati o alternativi alla fede genuina, ma è anche chi non fa nulla o agisce per scopi personali nonostante il ruolo da lui rivestito nella Chiesa; ricordiamo Isaia  56.10-11 a proposito dei “guardiani” di Israele, che per noi potrebbero raccordarsi proprio agli “anziani”, “pastori” o “sacerdoti” delle varie Chiese: “I suoi guardiani sono tutti ciechi, non capiscono nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi. Ma questi cani avidi, che non sanno saziarsi, sono pastori che non capiscono nulla”. Tutto questo si collega alle parole di Paolo agli anziani di Efeso: “Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare discepoli dietro di sé” (Atti 20.29-30).

Proprio per questo motivo il credente è chiamato a vagliare ogni messaggio che gli viene proposto non solo perché in esso possono nascondersi dei contenuti erronei volti a traviarlo senza che se ne accorga, ma anche perché sono possibili interventi soprannaturali per far deviare le masse dalla fede; lo abbiamo già letto e Gesù stesso avvisò i Suoi con queste parole: “…sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per ingannare, se possibile, gli eletti. Voi, però, fate attenzione! Io vi ho predetto tutto” (Marco 13.21-23).

I “segni e prodigi” sono forse i più pericolosi perché riguardano il campo dell’inspiegabile e sono quelli che, da sempre, spingono gli uomini a credere perché vanno a coinvolgere la loro parte più emotiva e primitiva. Anche qui però la Parola di Dio ha lasciato elementi importanti perché il gregge ne faccia tesoro e non cada nel laccio dell’Avversario; ricordiamo le parole ai Galati “Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema” (1.8). Dalle parole “noi stessi” e “un angelo dal cielo” possiamo capire fino a quanto può spingersi il piano di perdizione nei confronti di chi, divenendo figlio di Dio, si è fatto inevitabilmente bersaglio di Satana; poiché il successo della distruzione delle relazioni si misura anche nella quantità, ecco che l’interesse è rivolto alle masse proprio sfruttando la loro facilità ad essere manipolate e a credere ciò che viene loro propinato: “Nessuno che si compiace vanamente del culto degli angeli e corre dietro alle proprie immaginazioni, gonfio di orgoglio nella sua mente carnale, vi impedisca di conseguire il premio” (Colossesi 2.18). E qui penso alle apparizioni e ai falsi miracoli avvenuti in campo solo apparentemente cristiano che hanno traviato molti.

Ancora, sulla seduzione, sappiamo che “Anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere” (2 Corinti 11.14-15).

È allora doveroso che ogni cristiano si chieda sempre se quanto pratica rientra in ciò che il “Vangelo originale” contempla oppure no, se crede in cose aggiunte e appartenenti alla tradizione degli uomini o se legittimamente procedenti da Dio. Non si tratta di aderire a una Chiesa piuttosto che a un’altra, ma di buona pratica, quella essenziale, logica, giusta, che ci mette nelle condizioni di amare il Signore sempre di più e sempre di più essere amati. Perché come credenti siamo chiamati ad essere dei cercatori di verità e a camminare di conseguenza. Concludo presentando due realtà che ci descrivono il Salmo 92 e il profeta Geremia: “Il giusto fiorirà cine palma, crescerà come cedro del Libano; piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio”. Al contrario: “Maledetto l’uomo che si confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere”.

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