16.16 – LA PARABOLA DEI CONTADINI OMICIDI I/II (Matteo 21.33-39)

16.16 – La parabola dei contadini omicidi 1 (Matteo 21. 33-39)

 

33Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». 38Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». 39Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Si concludono apparentemente qui gli interventi di Gesù sui capi del sacerdoti, farisei e scribi che lo avevano interrotto mentre insegnava chiedendogli con quale autorità facesse “queste cose”. In realtà, seguiranno la parabola delle nozze e altri avvenimenti. Comunque, dopo averli messi in difficoltà chiedendo loro se il battesimo di Giovanni venisse da Dio o dagli uomini e confessata la loro ignoranza in merito, Gesù espose la parabola dei due figli mettendo in evidenza il fatto che i pubblicani e le prostitute li precedevano nel regno ed ora, dopo quella dei contadini omicidi, conclude con parole che, dette da Lui, avevano la stessa gravità, autorità e valenza della maledizione sul fico: “Io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” (v.43).

Credo che la parabola di cui ci occuperemo sia fra le più note e immediate del Vangelo: non c’è nessuna difficoltà a trovare l’identità dei contadini, dei servi, del figlio inviato né tantomeno non possiamo avere dei dubbi attorno alla vigna; ecco perché, lavorando su un materiale conosciuto e privo di punti oscuri, possiamo cercare di trovare quel messaggio latente, qualcosa di nuovo che si cela proprio nei testi semplici, in cui la lettura agevole fa sì, a volte, che divenga frettolosa.

Ora il primo personaggio è il proprietario di un terreno che decide di “piantare una vigna”; la cura che pone per la realizzazione del suo progetto denota una persona con una profonda conoscenza dell’arte vitivinicola, che richiede studio e applicazione: la tipologia di terreno influenza quella di coltivazione, la disposizione delle piantine messe a dimora, come farle crescere, la gestione degli spazi tra i filari e molti altri interventi. Altra caratteristica del proprietario è che non ha lasciato nulla di intentato perché il terreno producesse al meglio delle sue possibilità: prima “la circondò con una siepe” per proteggerla dagli animali, poi “scavò una buca per il torchio” perché in quei territori per pigiare si usava scavare una buca nel sasso, e quindi “costruì una torre” che serviva sia per vigilare e custodire il raccolto. In altri termini, organizzò quel terreno in modo tale che fosse indipendente, funzionale e produttivo.

Il Signore Dio fece lo stesso con Eden, circondandolo con quattro fiumi, ponendovi l’uomo e l’albero della vita, e poi, quando maturarono i tempi, liberando il Suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto per trapiantalo nella terra promessa. Ricordiamo che, se fosse stato fedele, Israele non avrebbe certo impiegato quarant’anni per attraversare il deserto e neppure, una volta arrivato nel paese di Canaan, avrebbe conosciuto pesanti sconfitte e la deportazione a Babilonia, per non parlare delle altre.

Primo ampliamento in proposito è che Gesù presenta una realtà che, tanto ai colti quanto ai semplici del popolo, non poteva sfuggire perché era evidente che si richiamava ad Isaia 5. 1-7 che riporta: “Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo di aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici tra me e la vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna, che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”.

Da questo passo vediamo tutta la sollecitudine di Dio che fa quanto in suo potere perché il popolo da Lui scelto, possa dare frutti secondo le Sue aspettative. È Lui a dissodare e sgombrare dai sassi il terreno, Lui a piantare, a far sì che, circondato dalle Sue attenzioni e protetto, potesse prosperare amandolo e osservando i Suoi statuti e leggi.

È ciò che troviamo anche in Salmo 80.9-14, non privo di considerazioni amare e profondi intrecci col passo precedente: “Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna”.

Gesù, quindi, proponendo la parabola dei lavoratori della vigna in quel modo, pone il Suo uditorio nella condizione di far riferimento ai contesti offerti da Isaia e da Asaf, levita e cantore di Davide, che già avevano messo in risalto gli effetti dei giudizi di Dio nei confronti del loro popolo. Non dando i frutti sperati, quella vigna fu trattata come il fico seccato che abbiamo visto di recente nel senso che subì gli effetti della riprovazione del suo Creatore e Progettista.

Abbiamo poi un fatto apparentemente anomalo, ma in uso ai tempi di Gesù e cioè il dare il possedimento in affitto a dei contadini: in pratica, se il proprietario aveva degli impegni, lo dava a dei lavoranti che si impegnavano a coltivarlo per poi pagare l’affitto in natura, ricevendo percentuale sul raccolto. Infatti, quell’uomo “se ne andò in viaggio”, altra espressione frequente in diverse parabole per indicare l’assenza del padrone che delega ai suoi servi l’andamento della casa o il far fruttare delle monete che affida loro. Una persona di questo tipo, ricca e in quanto tale potente, non dà mai indicazioni sul suo ritorno perché in quanto padrone non era tenuto a farlo. Infatti “…non sapete quando è il momento. È come un uomo che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!” (Marco 13.33-37).

Queste ultime parole, che si adattano alla Chiesa, contengono comunque il tema comune del rendiconto e della necessità di non farsi trovare impreparati o addormentati, il che per noi può avvenire o con la morte, o con il Ritorno di Gesù, ma per i contemporanei di Nostro Signore si sarebbe dovuto verificare con il Suo riconoscimento attivo come Figlio di Dio ora finalmente rivelato, come il “Dio con noi”, quel “un bambino è nato per noi, un figlio di è stato dato” (Isaia 9.5) e, quindi, il dare a lui la parte del ricavato della vigna presentandogli un popolo preparato a riceverlo. Al contrario, quelli che allora avrebbero dovuto essere i pastori di Israele, fecero di tutto per tenere Gesù lontano da lui.

Nel caso di Israele, però, il tema dell’esazione di un raccolto è frequente perché, tutte le volte che Dio si aspettava un risultato tanto in fede quanto in opere, questo veniva a mancare e di qui il suscitare dei profeti perché andassero dai conduttori del popolo per rimproverarli e indicar loro la via per ristabilire il corretto rapporto con Lui. Ecco perché abbiamo letto che Dio chiede cos’altro avrebbe potuto fare perché la vigna prosperasse. Ora, per quanto riguarda i profeti, non dobbiamo pensare solo agli autori dei libri che portano il loro nome, ma anche a tutti quelli che furono uccisi proprio da coloro che, in quanto re e per relazione contadini nella vigna di Dio, avrebbero dovuto dare, figurativamente, quella parte del raccolto pattuita.

“Quando venne il tempo del raccolto – di cui abbiamo parlato – mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto”: ad esempio Uria, figlio di Semaià, inviato al re Ioiakim, che a fronte dei suoi rimproveri inviò dei suoi uomini fino in Egitto per ucciderlo, facendo poi “gettare il suo cadavere nelle fosse della gente comune” (Geremia 26.23). Geremia stesso fu percosso e gettato in prigione dai capi e rinchiuso “in una cisterna sotterranea a volta e rimase là molti giorni” (37. 15,16); lo stesso profeta, poi, “fu calato in una cisterna di fango dove affondò” (38.6). Anche Zaccaria, lapidato “nel cortile del tempio del Signore” (2 Cronache 24.21).

Parlando degli uomini di Dio dell’Antico Patto, l’autore della lettera agli Ebrei scrive: “Altri, poi, furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore resurrezione. Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, bisognosi, tribolati, maltrattati (di loro il mondo non era degno), vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra” (11.35-39).

Ebbene questa cronologia, che ripercorre la storia di Israele, riprende esattamente le parole di Gesù nella nostra parabola, quando al verso 36 leggiamo “Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo”. Possiamo dire che Dio mandò i suoi profeti ininterrottamente, diciamo a partire da Mosè e proseguì fino a Giovanni Battista, per quanto vi sia un considerevole periodo di silenzio (400 anni circa) fra lui, ultimo dell’Antico Patto, e Malachia, ultimo libro in tutte le versioni cristiane.

Un forte elemento di riflessione, che poi si riferisce anche all’ultima possibilità che quegli uomini avevano di salvarsi, è quel “Da ultimo, mandò il proprio figlio, dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!”, frase che però troviamo più incisiva in Luca 20.13, “Che cosa devo fare? Manderò mio figlio, l’amato, forse avranno rispetto per lui”. Possono sembrare parole strane messe in bocca a un personaggio che rappresenta l’Iddio Onnisciente, ma se non avesse inviato suo figlio e non fosse stato ascoltato dalle guide del popolo e loro seguaci, non solo non avrebbe potuto salvare nessuno, ma nemmeno condannare. Quel “forse avranno rispetto per lui” doveva purtroppo trovare un rifiuto e un oltraggio ufficiale che si sarebbe concretato solo nel momento della crocifissione. Sarebbe stata poi la risurrezione a trionfare sul peccato, sulla morte, sulla sentenza ingiusta emessa su di Lui, e da lì fino a Satana e all’apertura dei cieli.

A leggere il testo fin qui della parabola, notiamo che c’è un crescendo di interventi del proprietario della vigna per arrivare a una soluzione pacifica coi contadini: prima manda dei servi, poi altri in numero maggiore, infine il proprio figlio, che viene inviato “da ultimo”, come estrema risorsa. E ancora una volta possiamo collegarci alla lettera agli Ebrei: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose mediante il quale ha fatto anche il mondo” (1.1,2).

Questo per noi, ma il “Da ultimo” nella parabola rappresenta il tentativo finale del proprietario della vigna per avere quanto gli spetta, che come significato spirituale identifichiamo nelle anime, nel frutto costituito da un popolo ordinato ed osservante grazie al lavoro di quei contadini che però, come già rilevato, anziché per il proprietario, avevano agito esclusivamente in funzione del loro guadagno.

L’aspettativa espressa dalle parole “Avranno rispetto per mio figlio” esprime le due realtà: i contadini avrebbero dovuto riconoscere chi si presentava a loro e dargli quanto dovuto, i capi del popolo paradossalmente fanno altrettanto e coscientemente, come quei lavoratori, stabiliscono di ucciderlo. “Costui è l’erede”. In questa frase, in questo rapporto fra simbolo e riferimento, tutto lascia supporre che farisei, scribi e capi dei sacerdoti sapessero in realtà che Gesù era quello che diceva di essere. Del resto, furono loro a dire ad Erode il Grande che il Re dei Giudei avrebbe dovuto nascere da Bethlehem di Giuda. Proprio nelle prime riflessioni avevamo visto che tutto era stato organizzato da Dio, proprio come per la vigna, perché chiunque investigasse le scritture e nella vita di Gesù potesse trovare conferme al fatto che Lui fosse l’Emmanuele, così come Giovanni Battista il Suo precursore. Preferirono giustificarsi con un ipocrita “Non lo sappiamo” e identificarsi con i contadini omicidi che “lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna – nel quale come Gesù era entrato – e lo uccisero” parole che, per il tempo in cui furono pronunciate, contengono un’altra profezia della Sua morte, che avvenne appunto fuori da Gerusalemme.

Ricordando le parole di Salmo 2. 2,3, esiste una volontà precisa di persone consapevoli di combattere contro Dio e illuse di vincere: “Insorgono i re della terra e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e il suo consacrato: «Spezziamo le loro catene, gettiamo via da noi il loro giogo!»”, quello leggero e non opprimente, squalificante e mortale come quello del peccato. E a proposito di questo verso Atti 4. 27,20 riprenderà “davvero in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e i popoli d’Israele, si sono alleati contro il tuo santo servo Gesù, che tu hai consacrato, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano deciso che ciò avvenisse”.

L’invio del Figlio, quindi, rappresentò per il Signore Dio l’ultima possibilità per quei contadini di mantenere i rapporti secondo la logica del contratto, ma, nel loro tentativo di usurpare il Suo diritto in quanto padrone, suscitarono davvero la Sua ira. Amen.

* * * * *

07.09 – LE PARABOLE DEL REGNO 8: LA LAMPADA (Marco 4.21-25(

7.08 – Le parabole del regno 8 (La lampada, Marco 4.21-25)

 

“21Diceva loro: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? 22Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. 23Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!». 24Diceva loro: Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più.25Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.

 

            Prima di affrontare questa parabola è necessario considerare gli scopi che si prefigge ciascun evangelista: se da Matteo abbiamo saputo che le parabole del regno furono sette, non è detto che fossero in realtà di più e che abbia riportato quelle che, secondo lui, rappresentassero la totalità che poteva interessare i suoi lettori ebrei. Infatti, guardando alle parabole citate da Matteo, vediamo che parlano di tutto ciò che avviene nel cuore umano dal momento in cui viene eventualmente ricevuto il buon seme, diventando figlio di Dio, alle difficoltà e benedizioni che si scoprono fino alla costituzione del regno. Marco, dietro indicazioni di Pietro allora presente con gli altri agli insegnamenti di Gesù, aggiunge questa parabola e quella del seme informandoci che “Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa” (4.33) e sappiamo che più volte è riportato che erano i discepoli stessi a chiedergli spiegazioni in merito, sintomo di un interesse che gli altri uditori non avevano.

Abbiamo così la lampada, figura a noi già famigliare perché presa come esempio nel sermone sul monte quando si legge “…né si accende la lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono in casa” (Matteo 5,15). La lampada illumina, metterla “sotto un vaso o un letto”, come riporta Luca, non avrebbe senso e così è della fede, ma qui la lampada è impiegata con un significato più esteso. Alla luce delle parole del verso 22, vediamo qui la figura dello Spirito Santo e i suoi effetti, facendo luce all’ambiente che lo circonda. Nel buio, se ci pensiamo, è la luce la prima che vediamo per quanto, dando la sua presenza per scontata, ci soffermiamo su ciò che ci circonda. La lampada è necessaria per vedere nell’oscurità indipendentemente dal fatto che conosciamo o meno l’ambiente in cui ci dobbiamo muovere e, senza di lei, sarebbe facile inciampare, urtare, farci male.

Scrivendo ai Filippesi l’apostolo Paolo scrive “Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa” (Filippesi 2.14,15). Il cristiano che quindi è tale non per un atteggiamento assunto allo scopo di darsi un contegno o aderire ad una religione, ma perché sa di avere trovato una ragione per vivere ed amare, si ritrova innocente “in mezzo a una generazione malvagia e perversa” che vive nelle tenebre, priva di luce. L’aggettivo “malvagio”, dal tardo latino “malifatius” cioè “che ha cattivo fato”, è riferito sia alle persone che operano il male compiacendosene, restando indifferenti alle conseguenze che esso provoca, ma anche a individui cattivi, avversi. Il termine “perverso”, poi, è un aggettivo tipico ad indicare chi è intimamente e ostinatamente incline a fare il male, provandone compiacimento, chi è mosso o improntato dalla volontà di farlo.

La lampada, quindi, che illumina gli ambienti bui, è la figura dello Spirito Santo che sarebbe un controsenso mettere sotto il moggio, recipiente che veniva usato come unità di misura per il volume del grano o simili, impedendole di fare luce.

Sempre Paolo, parlando dello Spirito, scrivendo ai Corinti dice che “A ciascuno è stata data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole” (1 Corinti 12.7,8).

Dalle parole “A ciascuno è stata data” vediamo che non esistono credenti che, se onesti, non abbiano ricevuto un dono di cui l’apostolo elenca i maggiori: di fatto, ognuno di loro ha una lampada, la stessa che ebbero le “dieci vergini” di un’altra parabola, con la quale illuminare il proprio cammino, portare luce e custodirla per l’arrivo dello Sposo; ecco perché nessuno può metterla sotto il moggio, ma deve averne cura e porla sul candelabro. Sarà poi il tempo a dimostrare se alla lampada, considerata la sua insostituibile funzione, verrà data la manutenzione necessaria “…per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo, tenendo salda la parola della vita” (Filippesi 2.15).

Il fatto poi che la lampada non sia fissa, ma portatile, ci parla del fatto che è in grado di illuminare anche gli angoli che altrimenti resterebbero bui: chiarezza, onestà e trasparenza escludono allora l’ipocrisia, quindi la recitazione, l’assunzione di un ruolo o posizione davanti agli altri che in realtà non si ha, o ciò che viene fatto in segreto, quelle azioni o trame che gli altri non devono sapere. In poche parole, il “lievito dei farisei, che è ipocrisia” perché “non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto” (Luca 12.1,2). Gli “angoli bui” talvolta vengono illuminati da altri che smascherano ciò che secondo le intenzioni dell’ipocrita doveva restare nascosto, altre volte restano tali, ma sono comunque destinati a venire alla luce un giorno, “quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode” (1 Corinti 4.5).

Qui l’apostolo scrive ai credenti sinceri, per cui parla di lode, ma sappiamo da varie parabole che non tutti la riceveranno, perché accanto a quel “Bene, servo buono e fedele”, c’è la condanna di quello “malvagio e fannullone” di cui è detto: “Quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridore dei denti” (Matteo 25.30). Anche la frase finale  di questo episodio, “Chi ha orecchie per ascoltare, ascolti”, è un appello a coloro che, capendo, sarebbero stati ritenuti responsabili se non avessero agito di conseguenza. In questo caso “ascoltare” significa mettere in pratica, preoccuparsi di seguire le parole di grazia e verità che vengono dette per scampare al giudizio a venire.

Vediamo che qui Gesù dice subito “Fate attenzione a quello che ascoltate”: è un appello contro la distrazione, a non dare tutto per scontato come purtroppo avviene quasi sempre; “Fate attenzione” non significa adagiarsi su quei versi che tornano a nostro comodo, ma esaminare il comportamento che abbiamo alla luce delle aspettative di Dio, stare in guardia estendendo questo atteggiamento a tutti i campi della vita, compreso quello della fede: “Non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo” (1.Giovanni 4.1).

Il verso 24 del nostro passo aggiunge “Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più”. Qui Gesù va oltre l’ordine di astenersi dal dare giudizi sugli altri perché altrimenti verremo valutati proporzionalmente, ma parla di due destini, di due conseguenze che derivano dal nostro stesso operato: che il fratello non vada giudicato con intransigenza e severità era già stato detto nel sermone sul monte, ma qui la “misura”, pur riferita al principio del “giudizio senza misericordia contro chi non avrà avuto misericordia” (Giacomo 2.13), è connessa ai due comportamenti di “chi semina scarsamente e scarsamente raccoglierà” e “chi semina con larghezza, largamente raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2 Corinti 9.6).

Quel “vi sarà dato di più”, posto in connessione ai versi che abbiamo appena letto, ci consente di stabilire che nulla dev’essere fatto in modo forzato, che quel “scarsamente” e “largamente” non sono riferiti al poco o al tanto che uno riversa nel suo operare, ma vanno direttamente alla fonte, al donare con gioia senza che vi sia costrizione alcuna. Chi dona con gioia e non perché deve, testimonia di aver compreso e di essere in sintonia col Padre, agli antipodi di quegli ipocriti: “ma il cuore di questo popolo è lontano da me”. Porsi volutamente lontano da Dio è una scelta che porta a conseguenze molto tristi per tutti, ma per il credente sono disastrose perché da un lato non è né può essere quello che era prima, e dall’altro non fruttifica, non mette in rendita il talento lui affidato, diventa tiepido cioè assume quella posizione di neutralità e di insapidità che sono inammissibili per un cristiano salvo che non si trovi a vivere un periodo di difficoltà, di adattamento, in poche parole manifestazioni incidentali di “umanità” che possono sempre capitare e, mi viene dire, sono quasi inevitabili soprattutto quando si è giovani.

Ancora, quel “vi sarà dato di più”, si riferisce sicuramente alla vita futura, ma anche a quella presente, quella del cammino, perché “Ogni tralcio che in me non porta frutto(il Padre) lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché poti più frutto” (Giovanni 15.2): questo verso ci ricorda la cura che ha il Padre del tralcio, in cui Gesù con le parole “Io sono la vite, voi i tralci” identifica tutti coloro che hanno creduto in lui, a condizione che si verifichi il rapporto “rimanete in me, e io in voi”. Il tralcio infruttifero viene tagliato per evitare che tolga nutrimento agli altri, quelli utili, di cui il Padre si occupa personalmente perché fruttino di più. Capiamo? È come se ci venisse detto che il tralcio buono non ha alcun merito, ma che viene posto solamente nella condizione di rendere maggiormente.

Gesù conclude il suo insegnamento con un avvertimento: “A chiunque ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”, dove “avere” e “non avere” sono riferiti al vaglio finale che Lui stesso opererà nell’ultimo giorno. “Chiunque”, quindi senza raccomandazioni o distinzioni, sarà trovato in possesso delle opere consone alla propria fede sarà premiato, ma chi “non avrà”, cioè in oltraggio alle possibilità ricevute, avrà dimostrato di essere quello di prima, “gli sarà tolto anche quello che ha”, cioè la vita e verrà escluso dal regno assieme a tutta quella massa di falsi profeti, seminatori di dottrine estranee, di figli spirituali dei farisei, non certo estinti nemmeno oggi. Anche Luca, riportando la parabola, fa una variante interessante, cioè al posto di “quello che ha” scrive “ciò che crede di avere” perché le illusioni destinate a crollare che ci si fa in questa vita sono tante.

Riassumendo: c’è una lampada che fa luce. È, sono, coloro che hanno creduto davvero. L’hanno ereditata, ricevuta come è scritto: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. Quell’ “ogni” ci parla del fatto che la scelta di non credere è volontaria perché non prendere atto della luce è impossibile. A meno di non rifiutarla, di non essere figli delle tenebre. Amen.

* * * * *

 

07.02 – LE PARABOLE DEL REGNO, INTRODUZIONE

7.02 – Le parabole del regno (Introduzione)

 

            Tutti i sinottici, scrivendo del periodo trascorso da Gesù e i suoi lontano da Capernaum “per città e villaggi predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio”, pongono un accento particolare, nella prima parte della loro cronaca, su quello che Lui disse, sui suoi insegnamenti, esattamente come avvenuto sul sermone sul monte che abbiamo analizzato in Matteo 5. Il viaggio missionario di Nostro Signore, sotto l’aspetto della predicazione, partì proprio dalla città in cui viveva in un contesto preciso riferito da Matteo: “Ora in quello stesso giorno Gesù, uscito di casa, si pose a sedere presso il mare. E grandi folle si radunarono intorno a lui, così che egli, salito su una barca, si pose a sedere, e tutta la folla stava in piedi sulla riva” (Matteo 13.1,2).

La nota “In quello stesso giorno” per Matteo è riferito a discorsi che per ragioni narrative e dottrinali raggruppa in un unico contesto, ma che suppongo fosse lo stesso in cui avvenne il pranzo a casa di Simone il fariseo. Prima di esaminare il gruppo cosiddetto delle “parabole del regno”, dobbiamo vedere cosa effettivamente fosse la parabola e perché Gesù l’utilizzò così frequentemente.

Contrariamente a quanto si possa supporre, il metodo della parabole non fu usato solo da Lui, ma era un genere letterario utilizzato per illustrare, con esempi immaginari ma assolutamente veritieri o possibili, una verità morale e religiosa. La parabola può essere confusa con la favola anche se essa ha per protagonisti animali in situazioni inverosimili e ha per lo più lo scopo di intrattenere le persone. Nel mondo antico entrambi i generi abbondavano, ma soprattutto nel giudaismo esisteva il màshàl, il genere parabolico, che troviamo a volte anche nel Talmud e nella Midrash (insegnamento); anche ai tempi di Gesù i Rabbini ne facevano uso per spiegare le Scritture al popolo che le apprezzava e le ricordava con facilità abbinandole al loro corretto significato spiegato dai maestri.

Attraverso le parabole, soprattutto quelle relative al “Regno”, Nostro Signore cercava di proporre delle verità che andavano a cozzare contro l’idea che il popolo aveva di un regno instaurato sulla terra, che come sappiamo si sarebbe dovuto caratterizzare tramite un Messia potente che, alla guida di un esercito invincibile, avrebbe sottomesso tutte le nazioni e le avrebbe governate assieme al suo popolo. Ecco allora che Gesù non dovette solo rifiutarsi di venire proclamato re quando il popolo voleva farlo, ma soprattutto far capire che il regno che avrebbe instaurato un giorno sarebbe stato profondamente diverso da quello che si aspettavano: fu quindi necessario spiegare le verità di quello non dichiarandole apertamente, dando così l’opportunità ai suoi avversari di attaccarlo più di quanto già non facessero, ma velandole, dicendo le stesse cose in maniera diversa. Se ci pensiamo, riguardo alle verità fruibili a pochi, è quello che non solo Gesù, ma tutta la Scrittura fa continuamente presentando simboli, situazioni, verità e descrizioni che possono essere lette solo per la grazia e l’intercessione dello Spirito Santo, deputato alla rivelazione e mettendo da sempre ogni metodo di lettura a lui estraneo nell’errore.

Il discorso che Nostro Signore tenne sulle rive del lago di Galilea, e in privato coi discepoli, è un aggiornamento del sermone sul monte in cui aveva trattato la Legge perché qui, fondamentalmente, parte dai diversi effetti che ha la Parola sulle persone che l’ascoltano (il seminatore) per arrivare alla fine, quando la zizzania verrà legata in fasce per essere bruciata e il grano “riposto nel granaio” o, nella parabola dei pesci, quando “verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà il pianto e lo stridore dei denti”.

In questo nostro studio ci rifaremo alle parabole così come esposte da Matteo che, a differenza di Marco e Luca, le organizza in modo completo: Luca riporta solo quella del seminatore e Marco vi aggiunge quella del granello di senape, specificando “Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro, ma ai discepoli, in privato, spiegava ogni cosa” (Marco 4.33,34).

Questo contesto può generare un falso interrogativo, a parte quanto già detto sulla necessità di un insegnamento prudente da parte di Gesù: la spiegazione del suo insegnamento “simbolico” non era qualcosa di riservato a degli eletti particolari, ma a quanti erano desiderosi di capire. Infatti proprio al termine dell’esposizione della prima parabola, quella del seminatore per noi neppure tanto complicata, leggiamo che “Allora i discepoli gli domandarono che cosa significasse quella parabola” (Luca 8.9): furono i discepoli a chiederlo e non gli altri, che ascoltavano senza capire e nulla dicevano evidentemente perché mancava loro la volontà di approfondire, la sensibilità per recepire, la possibilità di scegliere tra la vita e la morte come aveva fatto da poco l’innominata peccatrice, che arrivò a comprendere di aver bisogno del perdono di Gesù dopo aver assemblato le Sue parole e raggiunta la consapevolezza che avrebbe potuto guarirla dalla condizione di peccato in cui versava.

Al contrario i presenti, certo non tutti perché alla luce dell’esempio della donna che unse i piedi di Gesù i frutti della Parola raramente sono immediati, avevano un interesse che non andava oltre la curiosità e volevano restare ancorati alle loro convinzioni: infatti leggiamo “A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato.(…) Perché il cuore di questo popolo è divenuto insensibile, essi sono diventati duri d’orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi e non ascoltino con le orecchie, e non intendano col cuore e non si convertano, e io li guarisca” (Matteo 13.11-15).

Si noti che la distinzione “A voi è dato, ma a loro no”, non si riferisce a una scelta arbitraria di Nostro Signore, che in base alle proprie simpatie favorisce alcuni a danno di altri, ma alla condizione spirituale in cui versavano i due gruppi: i discepoli, gli apostoli, chi Lo seguiva e ascoltava dava quotidianamente prova di mettere la propria persona in second’ordine, aveva lasciato ciò che lo legava alla sua quotidianità, rinunciato a ciò che possedeva per seguirlo volendo vivere la vita del Vangelo per capire con le proprie povere forze visto che lo Spirito di Verità non era ancora sceso su di loro. Le altre persone presenti costituivano un grande insieme di estranei al cui interno forse si mescolava qualcuno che sarebbe stato colpito dalle parole di grazia e verità di Gesù e lo avrebbe avvicinato, come effettivamente avvenne. “A loro non è dato” perché non erano “delle sue pecore”.

C’è da precisare che le parole di Nostro Signore sul popolo “diventato insensibile” non sono sue, ma costituiscono un collegamento col profeta Isaia che, in 8.18 e 19.26, scrive le stesse cose. È giusto sottolineare il termine utilizzato, “è diventato insensibile” e “sono diventati duri d’orecchi”, evidentemente riferito a una condizione raggiunta dopo una serie di azioni volontarie, poiché si diventa qualcosa solo con l’esercizio e la pratica, conscia o inconscia. Il fatto che uno divenga insensibile o duro d’orecchi significa che prima non lo era, un po’ quello che avviene con quanti si ammalano dopo una serie di azioni che hanno intossicato il loro organismo. Ecco allora che l’uomo compie sempre, più o meno consapevolmente, un percorso spirituale con azioni che possono giovargli o nuocergli.

Citando poi Giuseppe Ricciotti, a proposito della parabola, scrive “…è chiara, ma anche oscura. È eloquente, ma anche reticente. Per chi la contempli con animo sereno e non preoccupato, è chiara ed eloquente; a chi la scruti con occhio torbido e animo prevenuto, non dice nulla, qualora per lui non dica il contrario di ciò che vuol dire. È dunque non tenebra, ma luce, e luce misericordiosamente adatta per occhi che si trovino in condizioni speciali, cioè puri, non malati”. Occhi che, secondo il testo di Isaia citato, sono stati chiusi deliberatamente, come nel caso dei due sommi sacerdoti che, informati della resurrezione di Lazzaro, anziché aprire gli occhi e voler indagare l’episodio per conoscere i fatti e se necessario riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, decisero di far morire entrambi: “Ora i capi dei sacerdoti deliberarono di far morire anche Lazzaro, poiché a motivo di lui molti lasciavano i Giudei e credevano in Gesù” (Giovanni 12.10,11). Il timore di perdere onorabilità e rispetto, che la loro tradizione umana venisse infangata, prevalse sulla verità che avrebbero dovuto ammettere revisionando tutta la loro vita, mettendo in pratica quel “ravvedimento” di cui lo stesso Giovanni Battista aveva predicato, la metànoia.

Il “non udire” di cui parlò Nostro Signore ai discepoli quindi era riferito al fatto che, per la struttura mentale che si era venuta a creare nel popolo a causa del suo rifiuto continuato al messaggio evangelico, questi udivano parole che non andavano oltre al timpano, l’orecchio esteriore, esattamente ciò che avviene nel primo caso offerto dalla parabola del seminatore: “Quando qualcuno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e rapisce ciò che era stato seminato nel suo cuore” (13.18). Interessante la versione di Marco: “…sono quelli in cui la parola è seminata e, una volta che l’hanno ascoltata, subito viene Satana, e toglie via la parola seminata nei loro cuori” (4.15); qui vediamo che c’è una connessione col non comprendere e l’intervento dell’Avversario che viene “subito” proprio perché la persona la disprezza già a monte, a prescindere. “Subito” perché non fa nessuna fatica: non deve neppure estirpare una piantina, ma semplicemente portar via un seme. La parola non è capita né apprezzata perché il cuore carnale ha già di che soddisfarsi, basta a sé stesso, è già sazio tanto allora quanto oggi. Là dove un cuore basta a se stesso, dove un orecchio non riesce ad udire e dove gli occhi sono chiusi, si ha quindi il verificarsi di quel “…ma a loro non è dato”, che suona come una sentenza.

Ecco allora che tutto torna e, alla fine, è l’uomo stesso che si condanna da solo. Ogni volta che in noi manca una reale volontà di sottomissione allo Spirito di Dio, alla profondità della Sua Parola, subentra la nostra e ci rende incapaci di seguirlo, di essere Suoi strumenti, di vivere pienamente e nella libertà che solo il Vangelo può dare. Amen.

* * * * *