16.18 – La parabola delle nozze regali I (Matteo 22. 1-7)
1 Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: 2«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». 5Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
8Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. 12Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». 14Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Terminata la parabola dei contadini omicidi, la questione con i farisei, i capi dei sacerdoti e gli scribi si concluse solo in apparenza e Gesù “riprese a parlare loro con parabole” dove quel “loro” è da identificarsi nel Suo uditorio nel cortile del Tempio. Erano però presenti anche una parte di quelli che Lo avevano interrotto aggredendolo verbalmente chiedendogli con quale autorità facesse “queste cose”, poiché leggiamo, al termine dell’esposizione, verso 15, che “Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi”.
Quanto racconta Gesù in questo passo è di facile comprensione: è chiaro che parla del Padre, del Suo piano di redenzione (inascoltato) per il Suo popolo Israele e per quelli pagani, questi ultimi visti in “tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni”, ma il testo, come accade sempre anche con le parabole “immediate”, contiene altri elementi cui raramente si fa caso a una prima lettura. In questa prima parte, che prenderà in esame i versi da 1 a 7, ci occuperemo di quanto riguarda Israele perché è a Lui che Nostro Signore si riferisce.
Viene subito inquadrato il tema, quello delle nozze e relativa festa, già conosciuto negli scritti dell’Antico Patto e riferito all’unione fra il Signore Dio e il suo popolo. Isaia 60.10 scrive “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli”, parole dalle quali rileviamo già un’anticipazione del “vestito” di cui parla la parabola al verso 11: Isaia parla di “vesti della salvezza” e di un “mantello della giustizia” come dono, si tratta di elementi che possono arrivare solo da Lui. Qualsiasi altro abito, come abbiamo letto, sarebbe inadeguato e anche se si trattasse di un’imitazione, non sfuggirebbe agli occhi del re.
Il riferimento allo sposo poi diventa più marcato in 62.3, “Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” in cui vediamo il rapporto evidente fra i due prossimi alle nozze e la partecipazione di Dio in un matrimonio ancora una volta purificatore, che cancellerà gli errori del passato perché “Ed io ti sposerò in eterno. E ti sposerò in giustizia, e in giudizio, e in benignità e in compassioni. Anzi, ti sposerò in verità e tu conoscerai il Signore.” (Osea 2. 18,19), quindi fine di tutti i fraintendimenti, l’imperfezione della conoscenza, del cammino con le cadute anche pesanti che costringe a dolorose convalescenze perché purtroppo, quando si tratta di pagare il debito per un peccato o un errore, non esiste anestesia.
C’è poi, oltre al tema delle nozze, quello del convito dal quale traspare, non solo negli scritti dell’Antico, ma anche in quelli del Nuovo Patto, che Sposa e invitati sono la stessa cosa: sempre Isaia scrive “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre”. Cantico 5.1 poi recita “Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, mia sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte. Mangiate, amici, bevete, inebriatevi d’amore”.
Quindi il re manda i suoi servi agli invitati che, attenzione, non sono persone comuni, ma di alto rango e dignità sociale, quelli che avevano con lui un rapporto particolare che possiamo identificare tanto quelle persone che erano responsabili della formazione, costruzione e mantenimento del rapporto con Dio, quanto in tutta la nazione giudaica poiché con Lei il Signore aveva stipulato il Patto, facendola sua per sempre a tal punto di onorarla invitandola alla festa delle nozze. Quale fu infatti il primo scopo della venuta del Figlio? «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele» (Matteo 15.24).
A questo punto abbiamo il verso 3, l’invio dei servitori agli invitati che però “non volevano venire”: è un rifiuto assurdo. Un re è un re, ordina ciò che vuole, può disporre della vita dei suoi sudditi e la storia umana ci ha insegnato che ben raramente si ha un sovrano che ama il suo popolo e lo governa per farlo prosperare; questo re però è diverso, onora chi ha voluto invitare, non ha secondi fini e qui bisogna prestare molta attenzione perché Gesù fa la storia di Israele solo in parte dando solo un cenno ai tempi antichi, quello della Sapienza che “…si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: «Chi è inesperto, venga qui!». A chi è privo di senno ella dice: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza»”.
La venuta del Figlio, “nato” e “dato” al tempo stesso, fu l’ultimo tentativo di recupero per un popolo che non voleva ascoltare: “Il Signore vi ha inviato con assidua premura tutti i suoi servi, i profeti, ma voi non avete ascoltato e non avete prestato orecchio per ascoltare quanto vi diceva: «Ognuno abbandoni la sua condotta perversa e le sue opere malvagie; allora potrete abitare nella terra che il Signore ha dato a voi e ai vostri padri dai tempi antichi e per sempre. (…). Ma voi non mi avete ascoltato, oracolo del Signore, e mi avete provocato con l’opera delle vostre mani per vostra disgrazia” (Geremia 25.4).
Il “non vollero venire” emerge tragicamente ancora in Geremia 6.16-17: “Così dice il Signore: «Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita». Ma essi hanno risposto: «Non la prenderemo», Ho posto delle sentinelle per vigilare su di voi: «Fate attenzione al suono del corno!». Hanno risposto: «Non ci baderemo»”. Si risponde anche coi fatti, che parlano più delle parole.
Ora, il “non vollero venire” viene confermato anche di fronte alla descrizione di cosa gli invitati avrebbero trovato alla festa, che non interessò minimamente i destinatari del messaggio: “Ecco, ho preparato il mio pranzo, i miei buoi e gli animali ingrassati sono stati uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!” (v.4), parole portate da “altri servi”, quelli che operano in un secondo tempo in cui identifichiamo gli apostoli che non parlano solo di nozze, ma di cosa e come sarebbero state celebrate, quindi un tema nuovo, più dettagliato, che rimane non solo inascoltato, ma sostituito da altri irrilevanti perché “quelli non se ne curarono, ma andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero”.
Primo punto è “non se ne curarono”, comportamento di chi, sapendo già cosa è importante per lui, scarta l’invito ricevuto, della serie “ho di meglio da fare”. Esempio antico in proposito lo troviamo in Salmo 106.24,25 riferito ai tempi di Mosè, ”Rifiutarono una terra di delizie e non credettero alla sua parola. Mormorarono nelle loro tende, non ascoltarono la voce del Signore”. Prima ancora i generi di Lot, che quando disse loro di alzarsi e uscire da Sodoma perché il Signore stava per distruggerla, è scritto che “sembrò loro che egli volesse scherzare” (Genesi 19.14).
E si badi che quel “non se ne curarono” è riferito non a gente comune, ma ad appartenenti ad un popolo che il Messia lo aspettava e aveva tutti gli elementi della Parola di Dio per poterlo riconoscere. L’invito che ricevono non è da un re sconosciuto, ma dal loro e per quanto riguarda i tre verbi impiegati riguardo ai servi, cioè “presi”, “insultarono” – altri traducono “trattarono villanamente” – e “uccisero” i riferimenti sono, per il tempo in cui furono pronunciati, profetici perché li troviamo adempiuti nel libro degli Atti, con gli arresti e la prigionia degli Apostoli (4.3; 5.18; 8.3), poi l’insulto è quello corporale, quando furono flagellati (5.40), Paolo fu lapidato e portato fuori dalla città di Listra creduto morto (14.19) e subì un’aggressione violenta che si concluse con l’intervento delle guardie del Tempio: “Afferrarono Paolo, lo trascinarono fuori dal tempio e subito furono chiuse le porte. Stavano già cercando di ucciderlo, quando fu riferito al comandante della coorte che tutta Gerusalemme era in agitazione. Immediatamente egli prese con sé dei soldati e dei centurioni e si precipitò verso di loro. Costoro alla vista del comandante e dei soldati, cessarono di percuotere Paolo”.
Riguardo all’uccisione, infine, ricordiamo i due martiri del Nuovo Testamento, Stefano (7.58), morto lapidato, e Giacomo, fratello di Giovanni, primo fra gli apostoli a morire per mano persecutrice di Erode Agrippa, trafitto con la spada (12.2).
È stato detto che gli “altri servi” di cui Gesù parla in questa parabola non sono i profeti dell’Antico Patto, ma del Nuovo; questo lo dice Lui stesso nella Sua invettiva ai Farisei che dobbiamo ancora esaminare: “Ecco, io mando a voi profeti, sapienti e scribi: di questi, alcuni li ucciderete, altri li flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sulla terra, dal sangue di Abele il giusto fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che avete ucciso tra il santuario e l’altare. In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione” (Matteo 23.34 e segg).
Sono queste ultime azioni a suscitare l’ira del re, che da amabile ospitante si trasforma in esecutore: manda le sue truppe, fa uccidere gli assassini e dà alle fiamme la loro città, quella definita da Gesù stesso “del gran re” (Matteo 5.35). Facile identificare in queste “truppe” in quelle romane, che diventano “sue” perché usate come strumento di giudizio.
È anche interessante notare che qui la città di Gerusalemme, chiamata anche “La città di Dio”, viene detta “La loro”, a sottolineare come il Signore si estranei da lei (nonostante l’amore che le porta) esattamente come avvenne, ad esempio, quando il popolo si fece il vitello d’oro ai tempi di Mosè, quando leggiamo “Il tuo popolo si è corrotto” (Esodo 32.7) anziché “Il mio popolo”. Non è solo una curiosità linguistica, ma la descrizione di un fatto enormemente tragico, quello del volto di Dio che si ritira dall’uomo e lo lascia ad un destino terribile quanto inevitabile, quello di essere in totale balìa degli eventi, privo della Sua protezione.
E a questo punto emergono le parole di Proverbi da 1.24: “…vi ho chiamati, ma avete rifiutato, ho steso la mia mano e nessuno se ne è accorto. Avete trascurato ogni mio consiglio e i miei rimproveri non li avete accolti; anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando su di voi verrà la paura, quando come una tempesta vi piomberà addosso il terrore, quando la disgrazia vi raggiungerà come un uragano, quando vi colpiranno angoscia e tribolazione. Allora mi invocheranno, ma io non risponderò, mi cercheranno, ma non mi troveranno”. Amen.
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