14.22 – QUATTRO DISCORSI DI GESÙ: II – IL PERDONO (LUCA 17.3-4)

14.22 – Quattro discorsi di Gesù: II, il perdono (Luca 17.3-4)

 

“Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. 4E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: «Sono pentito», tu gli perdonerai”.

 

Certo non è la prima volta che Gesù affronta coi Suoi il tema del perdóno; ricordiamo la domanda che gli rivolse Pietro in Matteo 18.21,22 che “gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette»”. Qui probabilmente Pietro, con le sue “sette volte” accresceva il numero prescritto dal Talmud che diceva doversi perdonare fino a tre volte, ma non fino a quattro per cui il limite posto da Pietro, sette, faceva riferimento con il numero della manifestazione, rivelazione di Dio all’uomo, quindi della completezza. Eppure Gesù lo moltiplica per dieci, cioè rivelazione ed esigenza per cui, perdonando settanta volte sette, esprime la totalità: se il cristiano è stato ammesso alla comunione con Dio per aver accettato il sacrificio del Figlio, è inevitabile che non pratichi il perdóno esattamente come è stato fatto con lui. Credo sia questo il significato tanto delle parole rivolte a Pietro, e quindi ai dodici, quanto ai presenti in questo passo.

Ancora una volta la nostra traduzione interpreta: l’ipotesi non è quella di un fratello che commette “una colpa” generica, ma “una colpa contro di te”, quindi un torto o crea una situazione per cui ne consegue una sofferenza o un danno più o meno grande. Non ho potuto fare a meno di sottolineare il fatto che questi versi siano rivolti fondamentalmente ai rapporti tra cristiani e che Gesù faccia un discorso destinato ad essere accolto nella Chiesa e sia quindi in questa prospettiva che vada inquadrato. Noi, che dal mondo veniamo, sappiamo benissimo cosa voglia dire lasciarsi trasportare dagli effetti negativi delle offese, dei tradimenti o delle colpe, elementi che generavano rancore, livore, progetti di vendetta.

Ebbene qui Nostro Signore, per quanto ai discepoli dia delle istruzioni, per tutti coloro che sarebbero venuti dopo dà un metro per auto valutarsi e valutare gli altri (salvati come lui): io non perdóno perché è scritto, ma perché la mia fede mi porta inevitabilmente a farlo tenendo presente – ancora una volta – prima la trave che è nel mio occhio: il “fratello” è “uno per cui Cristo è morto” e quindi, se sono forte, sono chiamato a sopportare – attenzione, costruttivamente – le sue debolezze.

Abbiamo letto al verso 3 “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, rimproveralo”: non è una novità, ma già nella Legge troviamo enucleato il principio che è teso non allo sfogo di una rabbia repressa, ma a qualcosa che ha per fine un recupero e quindi l’intervento dev’essere mirato alla persona, al suo carattere, alla sua psicologia: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore. Osserverete le mie leggi”.

Certo, sono versi importanti perché nelle relazioni di fede non esiste la persona-isola, ma ciascuno è collegato all’altro tramite il ponte della fratellanza e ciascuno è responsabile al tempo stesso di sé e del fratello o sorella che sia. Quando entrai nella famiglia di Dio attraverso il battesimo ci fu un fratello che mi disse “Da adesso sono responsabile di te come tu lo sei di me”.

Nel momento in cui avviene il “rimprovero” – e vedremo cosa significhi – la persona oggetto si esso si rivela perché può accettarlo o rifiutarlo e in tal caso il “perdóno” risulta impossibile. Proverbi 17.10 scrive che “Fa più effetto un rimprovero all’assennato che cento percosse allo stolto” per cui una riprensione, certo studiata sulla persona perché la verità deve sempre essere accompagnata dalla carità, può essere utile per correggere un cammino che porterebbe l’ “assennato” ad errori e colpe non più nei nostri confronti, ma di Dio. Se questo principio veniva applicato dagli antichi, quando più dovrà essere nella Chiesa di Cristo?

E qui possiamo collegarci a Giacomo 5.19,20: “Fratelli  miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati”. Qui mi pare che si vada oltre alla visione rosa che alcuni hanno della vita cristiana, in cui si parla di salvezza e di fratellanza con Gesù e i cristiani a prescindere, di libertà: il cammino nella fede è qualcosa di molto, molto serio che non può venire influenzato dal sentimentalismo perché è proprio lì che si annida l’allontanamento dalla verità, si rischia l’anarchia spirituale e la conseguente distanza dello Spirito di Dio dall’uomo. Deviare dalla verità è qualcosa di molto pericoloso perché più restiamo nella nostra autonomia carnale, più perdiamo di vista quel cammino che ci è stato mostrato e che troviamo quotidianamente nella Scrittura. La verità, poi non è qualcosa che si impossessa di noi improvvisamente per cui tutto è chiaro e illuminato, ma si costruisce giorno per giorno sia con lo studio che con l’esperienza.

È molto bello comunque ciò che abbiamo letto sul salvare “dalla morte” ed al “coprire una moltitudine di peccati”, azione che verrà messa per così dire “in conto premio” a chi si sarà così comportato.

Basilare, sempre al verso 3, è la condizione del perdóno che non può essere data indipendentemente dal comportamento di chi ha sbagliato: “Se si pente, perdonagli”. Se. Viceversa, dando un perdóno comunque e a prescindere, commetteremmo un illecito, ricordando che il l’azione del perdonare è qualcosa che una persona si deve meritare non perché noi siamo speciali,  superiori, ma perché va dato quando sono presenti le caratteristiche del pentimento e della volontà di ravvedersi dall’errore che ha generato la “colpa contro di te”. Capiamo? È qualcosa che va oltre noi e la nostra misera persona, è la stessa azione che ha compiuto Dio nei nostri confronti nel senso che l’essere umano non è perdonato comunque e per pietà delle sua condizione, ma solo quando si pente e confessa il proprio peccato.

Non agendo così, generalizzando il perdóno, saremmo come quelli che aggiungono o tolgono alla Scrittura, faremmo di essa qualcosa di poco credibile perché il pentimento è ciò che prelude alla Grazia di Dio e tutta la storia degli uomini che gli appartennero, lo conferma; Davide primo fra tutti, che giunse all’adulterio e all’omicidio, quando prese coscienza del suo peccato grazie a Natan, scrisse il meraviglioso Salmo 51 che andrebbe analizzato integralmente e di cui riporto qualche verso: “Lavami molto e molto della mia iniquità. E nettami dal mio peccato. Perché io conosco i miei misfatti e il mio peccato è del continuo davanti a me. Io ho peccato contro a te solo, ed ho fatto quel che ti dispiace; io te lo confesso, affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole, e puro nei tuoi giudizi. (…) Purgami con Ìsopo – sinonimo di perdóno e sofferenza –, e sarò netto; lavami e sarò più bianco che neve”.

Gestire il perdóno è una gioia più grande del riceverlo perché si concreta la carità che “è magnanima, benevola: non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si aira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità” (1 Corinti 13.4-6). L’esatto contrario di ciò che prova l’uomo naturale.

Chiude il discorso la nostra stessa storia, che è quella dei molti che, incontrato Gesù di persona, quando era nel corpo ai tempi del Vangelo o in spirito dalla sua ascensione in poi, gli hanno chiesto perdóno per le proprie colpe, sono stati perdonati e hanno così iniziato un cammino volto al recupero del loro essere. Impensabile che un essere umano, convinto dallo Spirito Santo di “peccato, giustizia e giudizio”, prosegua imperturbabile un percorso nella carne: non sarebbe un salvato, un peccatore perdonato. E allo stesso modo, non perdonare in mancanza di pentimento significa non restare offesi come dei bambini permalosi, ma essere consapevoli di un conto in sospeso di cui la persona dovrà rispondere non più a noi: “A chi perdonerete i peccati saranno perdonati, a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Giovanni 20.23).

Possiamo ricordare Colossesi 3.12.13, “Scelti da Dio, santi ed amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi – nel senso di capirvi – a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse a lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi”.

Ecco allora che si spiega anche il verso 4 del nostro Vangelo, “E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà da te dicendo: «Sono pentito», tu gli perdonerai”. Sembra una cosa assurda che una persona sana di mente si comporti in questo modo, ma è ciò che facciamo noi con Lui: magari ci sentiamo superiori agli altri e siamo convinti di non cadere, ma “il giusto pecca sette volte al giorno” (Proverbi 24.16), cioè sempre. Se non intervenisse quotidianamente il perdóno di Dio verso di noi, non avremmo senso né come credenti, né come persone. Ed è quando ci si ritrova umiliati per aver fatto un percorso non voluto, detto cose o provato pensieri o fatto azioni non consone alla nostra condizione, che nasce l’umiliazione e la nostra fragilità si scontra con l’amore di Dio.

E nel guardare a Cristo troviamo la spiegazione del nostro agire che non è un’imitazione, la finzione di un atteggiamento, ma il metodo di chi ha compreso quale sia il metro con il quale agire, tutti i giorni della nostra vita. Amen.

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14.21 – QUATTRO DISCORSI DI GESÙ: I – GLI SCANDALI (LUCA 17.1-3)

14.21 – Quattro discorsi di Gesù: I. Gli scandali (Luca 17.1-3)

 

 

1 Disse ai suoi discepoli: «È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. 2È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 3State attenti a voi stessi!

 

Il capitolo 17 di Luca si apre con un gruppo di quattro brevissimi discorsi di Gesù ai suoi discepoli poco prima che si apra ufficialmente quel periodo che Lo porterà a Gerusalemme per l’ultima volta. Lì inizierà la settimana della Passione. Si noti che questo gruppo di dieci versi sembra voler costituire una sorta di intermezzo fra la parabola del ricco e Lazzaro e l’episodio dei dieci lebbrosi. Può essere che effettivamente Luca abbia voluto inserire un ponte narrativo fra un insegnamento pubblico attraverso una parabola e la partenza per così dire “ufficiale” verso Gerusalemme. Leggiamo infatti in 17.11, poco prima dell’incontro coi dieci lebbrosi, “Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea”, quindi aveva abbandonato la Transgiordania dove erano avvenuti tutti gli altri episodi che abbiamo esaminato.

Cosa significhi “scandalo” lo abbiamo già sviluppato identificandolo come un ostacolo, qualcosa su cui si inciampa e infatti il greco per questo termine ha “sasso, pietra d’inciampo”; è qualcosa che si trova o si pone su un sentiero perché altri, nel camminare, cadano e si facciano male. Lo scandalo è un ostacolo, un impedimento ad un cammino che ci si augurerebbe sereno a prescindere dai suoi fini. Ad esempio, Siracide 32.15 afferma “Chi scruta la Legge – chiaramente andando oltre alla semplice norma – viene appagato, ma l’ipocrita vi trova motivo di scandalo”, quindi trova difficoltà nel porre in essere le sue trame perché la Legge lo smaschera, deve andare contro corrente rispetto alla sua coscienza, per lo meno all’inizio perché poi la cauterizza, per proseguire.

Altro passo lo troviamo quando viene affrontato il discorso degli abitanti di Nazareth, i quali anziché interrogarsi su Gesù per risolvere il problema di come affrontare l’eternità, “dicevano: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo” (Marco 6.3) cioè li ostacolava nella comprensione delle Sue parole, non riuscivano a capire come Lui, “uno di loro”, potesse dire e fare ciò che diceva e faceva. Lo “scandalo”, quindi, è qualcosa che riguarda tutti, anche se differisce profondamente a seconda delle categorie che lo provano, credenti, non credenti e persone che ascoltano Gesù per la prima volta: “Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo” (Luca 7.23) rendendolo così in grado di agire sulla sua persona e condurlo alla vita eterna.

Un ostacolo può essere rappresentato da un organo del corpo, sempre collegato alla mente, come la “mano”, l’ “occhio” o il “piede”, come insegnato nel sermone sul monte, ma può essere una persona per ciò che fa o dice consapevolmente: questo accade quando a parlare e ad agire non è lo Spirito Santo, ma quello dell’uomo che inevitabilmente, fatto di terra, non può che guardare a ciò che è basso e squalificante.

 

Ora però consideriamo le parole di Gesù: “È inevitabile che vengano scandali”, prima parte di una frase che di per sé basta comunque a se stessa. “Inevitabile” può essere tradotto con “inammissibile, impossibile” (naturalmente col “non”), tutti termini corretti perché il credente vive in mezzo al mondo.

Pur rifiutando l’idea che non esistano cristiani migliori o peggiori di altri, ma spirituali o carnali sì, è inevitabile che questo generi una condizione per cui paradossalmente gli stessi elementi che si trovano nel mondo, per opera dell’Avversario, si trasferiscano all’interno della Chiesa, cosa confermata da tutto il libro degli Atti e dalle stesse epistole.

L’impossibilità di cui parla Nostro Signore è riferita proprio al fatto che l’amore di Dio, che tanto scalda e sostiene, non è tenuto in considerazione da tutti allo stesso modo e, come la storia del popolo di Israele insegna, basta poco per deviare, lasciarsi trasportare – perché non sufficientemente vigilanti – verso territori diversi. In altri termini, dire che “è inevitabile che avvengano scandali” è come sostenere che è inevitabile che l’uomo pecchi. Certo cadute involontarie, non operate per sfida, non coscientemente, ma perché irretiti da un momento di distrazione che poi può prolungarsi, di scarsa vigilanza in quanto, purtroppo, soggetti a stancarci, magari perché in crisi oppure semplicemente perché sfiancati dal giorno.

Ancora, “è inevitabile che gli scandali avvengano”, è un modo di Gesù per dire che la Chiesa è un territorio santo nella misura in cui i suoi membri vigilano gli uni sugli altri, espressione questa che non allude allo spiare e giudicare, ma a quell’opera di mutuo soccorso, attivo attraverso l’assistenza morale e la preghiera, nel confronto per evitare che si creino divisioni dovuti alla carne, da sempre fautrice di discordie e attriti. Infatti l’apostolo Paolo, nella sua seconda lettera ai Corinto, parlando delle divisioni al suo interno, scrive “È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi – ad esempio fra circoncisi e incirconcisi, sul mondo di legare o meno la Legge alla salvezza ed altro ancora come il modo di celebrare il Memoriale – perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova” (11.19).

Molto dolorose infine le parole a Timoteo, seconda lettera, profetiche e dirette al nostro tempo: “Verrà il giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina – ecco il cristianesimo sociale e “benpensante” – ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole” (4.3,4). Sottolineiamo “pur di udire qualcosa” che nascondono una forte, direi violenta necessità di legittimazione che spenga ogni remora: la verità andrà soffocata, serviranno profeti e dottori falsi che pongano l’accento su alcuni passi della Scrittura piuttosto che su altri, che non armonizzino, che anziché cercare una verità secondo Dio si rivolgano a quella secondo l’essere umano, ammettendo tutti in un calderone indistinto in cui sarà impossibile distinguere il vero dal falso.

Gesù non parla dello scandalo inteso come comportamento licenzioso come si credeva un tempo, ma proprio di attentato alla dottrina, quella che scandalizza appunto “questi piccoli che credono in me” come riportato anche da Matteo e da Marco in modo pressoché identico: “Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!” (Matteo 18.6,7; Marco 9,42).

E il riferimento alla “macina da mulino” non è a quella enorme che poteva essere mossa soltanto da un asino che girava in tondo collegato ad un meccanismo che la azionava, ma a quella più piccola, che veniva agevolmente comandata a mano. Ecco allora che il “guaio” per chi è fautore di uno scandalo, dottrinale o anche comportamentale, è descritto proprio dalla morte per annegamento che, secondo le parole di Gesù, è preferibile a quella che subirà il fautore del disordine creato.

E a questo punto entriamo in un àmbito molto delicato che è quello del comportamento che deve avere il credente spirituale. Infatti: “D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello. Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è impuro in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come impuro, per lui è impuro. Ora se per un cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti secondo carità. Non mandare in rovina con il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto! Non divenga motivo di rimprovero il bene di cui godete! Il regno di Dio infatti non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi si fa servitore di Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini” (Romani 14.13-15).

Credo che qui si apra un universo. Legando questi versi al contesto primario, essendo la Chiesa di Roma di allora composta da ebrei e gentili va da sé che attorno al cibo sorgessero gravi questioni, che Paolo affronta col principio che abbiamo letto: invece che questionare all’infinito creando risentimenti e intoppi, fate in modo di non essere “causa di inciampo o di scandalo per il fratello” per cui “se per un cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti secondo carità”.

Ora ritengo queste parole molto impegnative perché vanno a stabilire una verità molto particolare: se l’amore è la negazione di sé a vantaggio dell’altro, certo Paolo non accomuna chi prende un certo cibo a un seminatore di scandali, ma a chi non pensa agli altri più deboli sicuramente sì. “Non ti comporti seconda carità”, quindi pensaci, provvedi perché altrove è scritto che “se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla” (1 Corinti 13.1,2).

Altro elemento degno di nota si trova in Romani 15.1,1: “Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso”, ma certo nemmeno agli scribi e ai farisei. Ecco allora che va trovato un punto di equilibrio perché, come Gesù entrava in contrasto con chi gli si opponeva spinto dalla propria cecità e dall’Avversario, non è pensabile che il credente finisca per essere succube di quelli che non la pensano come lui e lo vogliono condizionare a usi e comportamenti che hanno molta apparenza e nessuna sostanza. Come sempre, anche qui entra in gioco il discernimento spirituale e la necessità di non urtare la sensibilità dei fratelli e/o sorelle che camminano onestamente verso la verità e non disonestamente nelle loro convinzioni. Qui viene chiamato in causa il dono, il ruolo che una persona ha nell’interno della Comunità nella quale il Signore lo ha posto.

Più selettive in proposito sono le parole in 1 Corinti 8.10-13: “Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i più deboli. Se uno infatti vede te, che hai conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest’uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello”.

Qui Paolo parla dell’ipotesi in cui una persona, maturato il principio in base al quale non è quello che entra nel corpo a contaminare l’uomo, ma ciò che è al suo interno e di cui la bocca si fa interprete, partecipa ad un pranzo in un tempio pagano: non essendo tale, chiaramente non pecca, ma visto da uno più debole, questo potrebbe fraintendere, male interpretando il suo esempio e quindi potrebbe essere spinto a peccare. Ecco allora che può instaurarsi una reazione a catena che viene sintetizzata con le parole “per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto!”.

Lo scopo di queste riflessioni attraverso la lettura cronologica del Vangelo, molto spesso, è quello di dare spunti, tracce per sviluppare temi importanti e non concluderli, per cui va sottolineato il modo con cui Gesù conclude il suo intervento in merito agli scandali, “State attenti a voi stessi!”, cioè dovete essere voi i primi giudici di come operate. In altri termini, vestite l’armatura di Dio secondo Efesi 6.

Il riferimento però va a qualcosa di più impegnativo: “Vigilate perché nessuno vi privi della grazia di Dio. Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati” (Ebrei 12.15). Qui i verbi sono al plurale per cui riguardano tutti i componenti (responsabili) della Chiesa che devono parlarsi, discutere avendo come unico faro la Parola di Dio e non le loro misere aspirazioni. Perché proprio la Chiesa è il terreno preferito per le scorrerie dell’Avversario, che semina al suo interno i suoi angeli. Amen.

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14.20 – IL RICCO E LAZZARO III/III (Luca 16.27-31)

14.20 – Il ricco e Lazzaro 3 (Luca 16.27-31)

 

27E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento». 29Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». 30E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». 31Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».

 

Nello scorso capitolo abbiamo accennato alla psicologia del ricco che, nei versi che abbiamo letto, inizia una sorta di trattativa che potremmo definire “dell’inutilità”, sempre improntata all’egoismo e alla considerazione negativa in cui teneva Lazzaro (abbiamo letto “ti prego di mandare Lazzaro”). Tale modo di agire contrasta terribilmente con un’altra trattativa, quella che Abrahamo aveva instaurato con Dio quando gli comunicò la sua intenzione di distruggere Sodoma in Genesi 18: dalla lettura del capitolo vediamo che tutta l’attenzione di quest’uomo era rivolta alla salvezza dei giusti che avrebbero potuto trovarsi all’interno della regione e al fatto che, nel suo intimo, si ribellava a questo: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio?” (v.23). Abrahamo cominciò allora a ipotizzare il fatto che in città avrebbero potuto trovarsi “cinquanta giusti” per poi scendere fino a “dieci”, il numero minimo per poter creare una Sinagoga.

Quando Abrahamo parlò con Dio assunse l’ufficio di intercessore e, in un dialogo in cui la perfezione del Creatore si incontra con l’umanità del proprio servo, abbiamo la domanda “Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?” (v.25). Da sottolineare che Abrahamo non ricevette un trattamento di ascolto e dialogo dal Signore a caso; infatti leggiamo “Io l’ho scelto perché obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto” (v.19). Anche il cristiano deve meditare e chiedersi per cosa è stato scelto e ad agire di conseguenza incamminandosi per la sua strada.

Abrahamo, nella sua trattativa con Dio, pensava a Lot suo nipote? Certo sapeva che si era stabilito “nelle città della valle” e aveva piantato “le tende vicino a Sodoma”, ma non credo che fu quello l’unico impulso a spingerlo a parlare standogli a cuore la giustizia e ribellavandosi all’idea che un “giusto” a lui sconosciuto perisse “assieme all’empio”, cioè allo stesso modo.

 

Vediamo invece il ricco: ha capito troppo tardi che la sua condotta lo ha portato in una condizione di tormento, ma pensa ai suoi cinque fratelli che, evidentemente ricchi come lui ed altrettanto dediti a soddisfare ogni loro istinto, avrebbero subìto la sua stessa sorte. Ancora una volta va ribadito che non è la ricchezza ad essere un ostacolo a salvarsi, ma la priorità che l’uomo dà ad essa: la rincorre, la desidera e, una volta ottenuta, vuole vivere come un dio, senza rispondere a nessuno delle sue azioni, incurante del domani che considera identico all’oggi all’infinito.

Si badi che l’essere “ricco” non dipende da quanto si possiede, ma dall’attaccamento che si ha per le proprie cose indipendentemente dal loro valore oggettivo. Il gusto del possesso, il non voler condividere con altri ciò che si ha, la difesa ad oltranza dell’avere sono cose che riguardano tanto il plurimilionario che il povero.

L’uomo della parabola sa benissimo che i suoi fratelli, ebbri dell’odierno, non pensano minimamente al fatto che esiste un luogo di tormento in cui finiranno, e chiede che sia proprio Lazzaro, in quanto conosciuto da loro, ad andare e ad ammonirli “severamente”, cioè con tutto il convincimento di cui è capace. Ma Lazzaro era un’anima finalmente in riposo e consolazione, non un profeta.

E a questo punto occorre prestare la massima attenzione alle parole di Abrahamo, “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”, che nascondono importanti messaggi. Sempre leggendo la parabola inquadrandola al tempo in cui fu esposta, non va commesso l’errore di ritenere l’osservanza della Legge e dei Profeti come condizione per la salvezza perché altrimenti Gesù sarebbe sceso e morto invano. “Mosè e i Profeti” non erano ascoltati neppure dai farisei che, se lo avessero fatto, sarebbero certo diventati Suoi discepoli perché tanto l’uno che gli altri a Lui conducono, sapendo che “il fine della Legge è Cristo, per la giustificazione di ognuno che crede” (Romani 10.4).

Dove avrebbe potuto portare Mosè i cinque fratelli del ricco? A quella pietà che non esercitavano verso l’affamato, il povero, la vedova, l’orfano e lo straniero (che però per venire accolto doveva farsi circoncidere), ad esempio. E i profeti, posto che lui stesso lo era? Al ravvedimento e all’attesa del Messia promesso che avrebbe richiesto una profonda rivisitazione della propria vita e conversione come predicava Giovanni Battista, il maggiore fra gli uomini “nati di donna”. Del resto, il vero significato del vivere, inteso come scelta, lo spiega proprio Mosè che riporta le parole di Dio al riguardo: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Deuteronomio 30.15). Tutto lì.

 

La colpa di questi personaggi fu di coltivare ed utilizzare la ricchezza del mondo ignorando del tutto l’altra (e servendo a “Mammona” non potevano che odiare l’altro padrone): “Il timore del Signore è puro, rimane per sempre; i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti, più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante”.

L’ascolto di Mosé e dei Profeti è qui raccomandato ed è definito sufficiente per inquadrare correttamente la propria vita, certo tenendo presente l’uditorio cui erano dirette in primis queste parole. Quest’ascolto fu praticato da tanti uomini e donne dell’Antico Patto, e penso a Simeone ed Anna che, sotto certi aspetti, si può dire aprano il Nuovo Testamento.

Tornando al dialogo tra il ricco e Abrahamo, però, vediamo che questo insiste: sa benissimo che lui e i suoi fratelli avevano ricevuto un’istruzione religiosa, ma con basi che avevano ben presto provveduto a rimuovere; se però, secondo lui, avessero fatto un’esperienza diretta, soprannaturale, certamente si sarebbero ravveduti ancor più se rimproverati da Lazzaro, che da loro sarebbe certo stato visto non più coperto di piaghe, ma nella luce.

Questo però è un ragionamento secondo il mondo, fuorviante. E Isaia 8.20 entra nel merito: “Quando vi diranno: «Interrogate i negromanti e gli indovini che bisbigliano e mormorano formule. Forse un popolo non deve consultare i suoi dèi? Per i vivi consultare i morti?», attenetevi all’insegnamento, alla testimonianza. Se non faranno un discorso come questo, non ci sarà aurora per loro”. Invece: “Cercate nel libro del Signore, e leggete: nessuno di essi vi manca, l’uno non deve attendere l’altro, poiché la bocca del Signore lo ha comandato e il suo spirito li raduna” (43.6).

Capiamo? Al miracolo desiderato, alla manifestazione soprannaturale, inspiegabile, spettacolare che l’uomo cerca per credere, è sostituita la lettura del “libro del Signore”, anticipazione di quello della vita, perché lì non manca nulla, compreso il ritrovarsi nella condizione di Lazzaro prima e nei Nuovi Cieli e Nuova Terra poi. Perché “La bocca del Signore lo ha comandato e il suo spirito li raduna”, quindi sono esclusi tutti coloro che condizionano il loro “credere” al “vedere”, al “toccare con mano”. Al contrario, è proprio chi ragiona in questo modo che si perde dietro ricerche o esperienze che portano all’oltre del nulla e del vuoto perché sono proprio le manifestazioni cosiddette “soprannaturali” a perdere le persone.

E in questo possiamo comprendere tutto ciò che esula dalla realtà di Dio ma è ampiamente compreso in quella dell’Avversario, come ad esempio lo spiritismo che, quando non è frutto di artificio, è pericoloso e vietato ai credenti. Ricordiamo infatti le parole di Deuteronomio 18.9: “Quando sarai entrato nella terra che il Signore, tuo Dio, sta per darti, non imparerai a commettere gli abomini di quelle nazioni. Non si trovi in mezzo a te chi fa passare per il fuoco il suo figlio o la figlia, né chi faccia incantesimi, né chi consulti i negromanti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore”.

Lazzaro non avrebbe mai potuto essere mandato ai fratelli dei ricco perché il volere di Dio è che si creda attraverso la Sua Parola e non per miracoli che portano a distorsioni nella fede come quelli avvenuti da quando l’opera apostolica venne a cessare per la chiamata dei Dodici alla presenza del Signore. I miracoli al di fuori dei Vangeli, infatti, hanno sempre portato o alla superstizione o allo stabilire dottrine a lui non conformi che poi hanno generato posizioni estranee che sono perdurate nel tempo, travisando la fede e trasformandola in atteggiamento e pratica carnale. E vivere senza memoria dei fondamenti equivale a vivere senza una direzione.

Certo, anche qui come in molti altri casi da noi affrontati, non si tratta di un argomento che può essere sviluppato in poche righe, ma se analizziamo le ultime parole di Abrahamo al ricco, notiamo che il credere accettevole a Dio è uno solo, quello basato sulle parole “di Mosè ed i Profeti” e quindi, per noi oggi, sulla totalità della Scrittura, sul messaggio del Vangelo: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (v. 31). Ecco il materiale su cui ragionare: abbiamo una visione, quella di Lazzaro che ipoteticamente risorge dai morti, che avrebbe lasciato sbalorditi e in preda al terrore i cinque fratelli che avrebbero avuto la prova di una vita dopo la morte, ma poi? Poi tutta quella violenta emozione sarebbe svanita poco a poco, Lazzaro se ne sarebbe tornato da dov’era venuto e loro avrebbero fatto i conti con il loro cuore immutato e la ricchezza ancora lì disponibile, pronta ad essere usata a loro piacimento. Il ricordo di Lazzaro sarebbe stato coperto da una coltre, da una frase del tipo “Ma sì, lo abbiamo visto, ma ci siamo sbagliati, abbiamo avuto un’allucinazione, lui non era reale come invece lo è questa tavola imbandita, mangiamo e beviamo”.

Ricordiamoci di ciò che riferisce Matteo: “i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti” (27.52.53): se quanto detto dal ricco fosse stato vero, avremmo avuto una conversione in massa di Israele a seguito di quelle apparizioni, cosa che non fu.

Certo che lì per lì i fratelli del ricco avrebbero creduto alle parole che sarebbero state rivolte loro, sarebbe stato impossibile non ascoltarle, ma poi tutto sarebbe tornato come prima e di qui l’inutilità di mandare Lazzaro ad ammonirli “severamente”. Abrahamo dice “Non sarebbero persuasi”, cioè convinti. Di che cosa? Di “peccato, giustizia e giudizio”, cosa che solo lo Spirito Santo può fare provocando la salvezza del peccatore che infatti si converte, lascia poco a poco le cose che riteneva importanti, primarie per la sua vita e ne abbraccia di altre.

 

Se fosse sufficiente venire coinvolti più o meno direttamente in un miracolo per essere salvati, i dieci lebbrosi guariti sarebbero tornati da Gesù tutti e non uno solo. I miracoli propagandati da certe chiese, il più delle volte grotteschi, spesso risibili e contrari alla Scrittura stessa, generano manifestazioni isteriche o iper superstiziose senza apportare alcuna variazione nel comportamento e soprattutto nella mentalità della gente; di qui vediamo perché Abrahamo abbia parlato in quel modo.

C’è invece una sola conversione vista in Ezechiele 14.6, “Convertitevi, abbandonate i vostri idoli e distogliete la faccia da tutti i vostri abomini”, che mostra due azioni: primo, l’abbandono dei nostri idoli, quindi ciò che in noi ha la priorità nella carne, secondo, prendere atto di tutte le azioni sbagliate nei confronti della Parola che, in quanto tali, impediscono uno sviluppo alla sua luce. Infatti, al verso 30 dello stesso capitolo, abbiamo “Convertitevi e desistete da tutte le vostre iniquità“tutte”, quindi individuarle una per una e provvedere -, e l’iniquità non sarà più causa della vostra rovina”, quindi troverete perdono e redenzione.

Infine, adatto al contesto della parabola, 18.32, “Io non godo della morte di chi muore. Oracolo dei Signore Dio. Convertitevi e vivrete”. Ecco una piccola parte del patrimonio spirituale a disposizione dei cinque fratelli di quel ricco. Era lì, certo scritto nei rotoli della Sinagoga, ma lì letto e spiegato, magari con parole non sempre adatte, ma c’era. Purtroppo, una volta ascoltati, quei contenuti venivano prontamente dimenticati oppure passavano sugli astanti senza fermarsi. Per tutti coloro che, anche oggi, la Parola di Dio fa questo effetto, qualsiasi apparizione soprannaturale o miracolo, è inutile. Amen.

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14.19 – IL RICCO E LAZZARO II/III (Luca 16.23-26)

14.19 – Il ricco e Lazzaro 2 (Luca 16. 23-26)

 

 

23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». 25Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». 

 

Siamo giunti alla seconda parte della parabola, quella a mio avviso più difficile per gli interrogativi che porta. Per noi “moderni” infatti, forse più rispetto ai contemporanei di Nostro Signore, l’interpretazione delle parabole risulta ostica non tanto nel suo significato generale, quanto del particolare perché si può sempre incorrere in errori, primo fra i quali pretendere che ciascun elemento o situazione in esse descritte debba necessariamente corrispondere a un simbolo, a una realtà del mondo spirituale, a una categoria, siano in atto o a venire.

E il primo grande scoglio da superare è rappresentato proprio dal verso 23, che vede il ricco stare “negli inferi fra i tormenti” che vede “di lontano Abrahamo e Lazzaro accanto a lui”. Dobbiamo chiederci cosa significa perché da questo verso trasparirebbe che gli “inferi” e i “tormenti” siano la retribuzione immediata del peccato e che questa venga prima del giudizio finale: è possibile?

Al tempo di Gesù si credeva che le anime di chi concludeva la propria esistenza terrena andassero nello Sheol, o Ades, che si divideva in due luoghi distinti, il Paradiso per i giusti e la Geenna per gli empi, ma andare oltre nella comprensione non si poteva se non ipotizzare che questo fosse comunque un luogo intermedio prima della resurrezione.

Ora effettivamente pensare a un “luogo intermedio” nell’attesa della resurrezione del corpo e del premio o della pena non è totalmente sbagliato, solo che più che “luogo” dovrebbe parlarsi di “condizione”, o di “condizione che è anche luogo” e, partendo dai casi positivi, viene in mente il ladro pentito sulla croce al quale Gesù disse che “oggi” sarebbe stato con lui in Paradiso, frase messa in discussione dai cosiddetti “Testimoni di Geova” che qui giocano sulla punteggiatura per sostenere le loro tesi.

Abbiamo altri versi a sostegno del fatto che, dopo la morte del corpo, l’anima raggiunga uno stato preciso; ad esempio in 2 Corinti 5.6-8 leggiamo “Dunque, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio e lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore”. Appunto, “finché abitiamo nel corpo”, cioè il fatto stesso di abbandonare l’involucro umano significa, per chi crede in Lui, andare alla Sua presenza. Quindi, dopo la morte, ci sarà chi sarà col Signore e chi invece ne sarà lontano e parlo di “condizione” o di “stato” perché ciò che saremo per sempre avverrà solo con la resurrezione del corpo e la conseguente occupazione nella “casa dalle molte stanze”. O si concluderà con il venire gettati nello stagno di “fuoco e zolfo”.

Ancora ricordiamo Filippesi 1.23: “Sono stretto fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo”.

Allo stesso tempo, però, non possiamo pensare che l’ “abitare presso il Signore” ai tempi di Paolo e nostri sia cosa identica rispetto a quando il mondo non esisterà più e al suo posto ci sarà il Regno perfetto di Dio, nei Nuovi cieli e Nuova terra.

Allo stesso modo, chi viene sepolto e dovrà passare per il giudizio entra in una condizione in cui necessariamente è escluso dalla Luce e dall’Amore di Dio per cui si stabilisce in un àmbito di tormento perché quegli elementi, Luce e Amore, vengono a mancare. Dopo aver molto riflettuto, credo che sia questa l’unica possibilità come punto dal quale partire perché poi Gesù non parla di un corpo che soffre nella sua realtà di elemento risorto al tempo della fine, ma di posizioni spirituali limitate alla condizione dello “stato” del ricco e di Lazzaro, che non sono certo di incoscienza.

Se così non fosse, se cioè il riferimento fosse a entrambi i personaggi che si ritrovano per così dire “a cose fatte”, cioè dopo il giudizio finale, il riferimento ai parenti del ricco da spingere alla conversione con fenomeni soprannaturali, non avrebbe senso.

Dalla lettura del verso 23, caratterizzato dalla descrizione della condizione del ricco che, fra i tormenti alza gli occhi e vede Lazzaro nel seno di Abrahamo, constatiamo che la loro condizione è caratterizzata dalla coscienza di quello che si è, si prova e si vede, a conferma che anima e spirito hanno una vita autonoma che però dipende dalle azioni commesse quando si era nel corpo.

 

Prima di tutto leggiamo che il ricco è negli inferi (Sheol) fra i tormenti, quindi nella Geenna dove ha memoria di tutto ciò che era e faceva. E infatti riconosce Lazzaro e continua a considerarlo un oggetto. Quali tormenti? La stessa persona parla di “fiamma”, che potrebbe riferirsi a quella che conosciamo, che in questo caso brucia elementi da lei intaccabili, ma anche qualcosa che divora dall’interno e che non può essere spento, quindi il desiderio impossibile di trovarsi in una realtà diversa.

Mi permetto di ricordare i versi 28 e 29 del capitolo 13 di questo stesso Vangelo: “Là sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abrahamo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti del regno di Dio, voi invece cacciati fuori”. Viene da pensare quindi che questa reazione sia causata proprio dalla vista di un mondo precluso per sempre, quello stesso non considerato, valutato adeguatamente quando c’era ancora la possibilità di scegliere la vita. E il ricco vede “da lontano” Abrahamo e Lazzaro proprio a sottolineare la distanza intesa come irraggiungibilità perché altrimenti, se questo “da lontano” fosse stato reale, non avrebbe potuto riconoscerli.

Poi, questo personaggio innominato ha “sete”: per il caldo della fiamma? Come può, se è privo di corpo non essendo risorto? Non si può pensare diversamente se non che quella “sete” e quella “fiamma” fossero interiori, come dalle parole di Gesù “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno” (Giovanni 4.14) e, riguardo a Lazzaro, “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”.

Sappiamo che, come insegna il Qoèlet o Ecclesiaste, “C’è un tempo per ogni cosa” e questo riguarda anche quella della scelta, oggi, del riconoscere che l’unica possibilità di trovare riposo, pace e rifugio è nel Signore Gesù Cristo, Colui che è “l’Alfa e l’Oméga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita”. Questa è cosa possibile solo quando si è in vita sulla terra. Ecco perché la “sete” del ricco non poteva essere saziata.

 

Abbiamo però a disposizione altri dati sulla psicologia del ricco, che tale era e tale è rimasta: nella sua ipocrisia giunge a chiamare Abrahamo “padre”, cioè lo invoca sperando di essere ascoltato in quanto ebreo, di avere una corsia preferenziale. Non solo, ma chiede che gli venga usata “pietà”, quella stessa che lui non aveva mai avuto nei confronti di Lazzaro che, giacente in modo penoso alla porta, visto da tutti, sperava di potersi nutrire con gli avanzi che invece venivano dati ai cani. Per quanta fame e sete Lazzaro potesse avere, per quanto cercasse con lo sguardo un minimo di solidarietà umana, gli veniva negata. Ancora: i cani che gli leccavano le piaghe, erano quelli di casa del ricco, oppure randagi?

Ancora una volta le parole di costui ad Abrahamo rivelano soltanto egoismo e che il concetto che aveva di sé come persona potente, da rispettare e/o temere, non era cambiato perché dice “Manda Lazzaro”, cioè considera quell’ex povero comunque un suo sottoposto, un servo, un inutile che deve ubbidire ad Abrahamo perché lui lo chiede. C’è chi ha visto la goccia d’acqua che avrebbe potuto cadere dal dito di Lazzaro corrispondere al pezzo di pane che cadeva dalla tavola del ricco in quel mondo “capovolto”.

Vengono in mente le parole del discorso sul monte “Guai a voi, ricchi, perché già avete ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete” (Matteo 6.24,25). Un “ora” che non contempla un futuro, ma solo l’illusione che possa continuare per sempre, cosa che non può essere. E va sottolineato che quel “che ora siete sazi” è riferito al ritenere la ricchezza l’unica possibilità di espressione, conquista, realizzazione della persona.

E a questo punto possiamo leggere le parole di Abrahamo che, chiamato “padre” dal ricco, si rivolge a lui chiamandolo “figlio”, che contiene un’accusa perché in quanto “figlio di Abrahamo”, come rivendicavano i Giudei, non si era comportato e infatti lo invita ad andare con la memoria alla sua esistenza finita: “ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato e tu invece sei in mezzo ai tormenti”.

In Proverbi 10.15 leggiamo che “I beni del ricco sono la sua roccaforte”, cioè tutto ciò su cui basa la sua esistenza, il suo essere, la sua speranza, ma ciò che ha “verrà lasciato ad altri e morirà” (Siracide 11.19), “accumula per altri, con i suoi beni faranno festa gli estranei” (14.4).

Le parole di Abrahamo, quindi, non sono rivolte a un ricco che, come Giobbe, aveva ben presente la sofferenza umana di chi era povero e si adoperava per alleviarla, ma a una persona che aveva fatto di sé stesso un arbitro che volgeva ogni cosa a suo esclusivo favore.

C’è qualcosa che accomuna però i “beni” ricevuti dal ricco e i “mali” di Lazzaro e cioè che sono entrambi, per quanto così all’opposto, delle prove che Dio manda per vedere come reagirà la persona: così come il ricco avrebbe potuto gestire i suoi averi per aiutare il prossimo e nulla gli impediva di goderne comunque, allo stesso modo Lazzaro avrebbe potuto incattivirsi come molti nella sua situazione e agire per rubare o, qualora impossibilitato perché – ad esempio – invalido, organizzare furti o rapine informando altri del livello di difesa dell’abitazione presso la cui porta stava. La morale di questo mondo, infatti, si sintetizza nel detto “Mors tua, vita mea” e chi non si adegua, spesso, ne paga le conseguenze, come vediamo soprattutto in campo politico e commerciale dove a soccombere non sono solo le persone che non si adeguano al principio, ma anche gli Stati.

Ebbene, Lazzaro sceglie di guardare oltre al suo contingente, aspetta di essere consolato. Come Davide comunque poteva dire “Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Salmo 16.10,11 riferito a Gesù, ma comunque a tutti coloro che nei vari tempi hanno creduto).

Ancora, il 17.14,15, parlando dei “mortali del mondo, la cui sorte è in questa vita”, dice: “Sazia pure dei beni il loro ventre, se ne sazino pure anche i figli e ne avanzi per i loro bambini. Ma io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine”.

Infine Abrahamo conclude spiegando che i due territori, quello della beatitudine e quello dei tormenti, sono organizzati, cioè è stato posto fra loro “un grande abisso”, uno spazio non oltrepassabile colmandolo con terra o detriti né gettando un ponte “talché coloro che vogliono passare da voi non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. Il “talché” manca nel nostro testo ed è stato sostituito dai traduttori coi due punti, ma è ben presente nel greco con la parola “òpos” che può essere tradotta con “di modo che”, ma anche “affinché” che rimarca maggiormente il fatto che questo confine è stato stabilito da Dio.

Ebbene questo “grande abisso” non è superabile in alcun modo a prescindere dalle intenzioni espresse nel voler passare da un ambiente all’altro da leggersi come “anche se volessero, non potrebbero”.

“Di qui” e “di lì” sono i limiti stabiliti da Dio. Lazzaro va nel territorio della consolazione, il ricco in quello dei tormenti; purtroppo per i religiosi, non c’è Purgatorio per nessuno, entrambi sono stati ricevuti in un luogo o nell’altro per i pensieri e le conseguenti azioni fatte quando erano in vita e credo che sia a questo punto, che cercheremo di sviluppare con la terza parte, Gesù introduce l’impossibilità di credere e convertirsi affidandosi a manifestazioni miracolose che non possono venire da Dio. Amen.

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